martedì 4 gennaio 2011

Fotografie


Una delle mie passioni è la fotografia e, non da molto tempo, ho aperto un portale su Deviantart (sito che ospita fotografi, scrittori, disegnatori e tutto ciò che potrebbe concernere l'arte).

Questa è una delle mie preferite: è stata scattata in Friuli Venezia Giulia al fiume Tagliamento.

Per vedere tutte le foto che ho fatto e per ingrandire quella che segue potete cliccare su: http://anakuklosis.deviantart.com/ (spero vi piacciano).

domenica 26 dicembre 2010

Vizi privati, pubbliche virtù


Collegio universitario Santa Dorotea
via Irnerio, 30 - Bologna
Scatto coperto da Copyright: Anakuklosis

È quasi il 2011 ed in Italia esiste ancora il mito della famiglia: molti hanno cercato di distruggerlo ma esso continua a persistere irridendo i pochi miscredenti che si battono affinché una realtà che non vuole essere accettata venga a galla.

Apro le notizie sul sito www.ansa.it proprio in questo momento, scorro la pagina e leggo: «“Sono riuscito ad uccidere mia figlia?” Arrestato dopo averla accoltellata» pare sia accaduto a causa della relazione che la ragazza aveva intrapreso con un uomo sposato.
Di storie del genere se ne trova almeno una al giorno pubblicata nelle news, spesso nemmeno raccontata al telegiornale, ed ormai nessuno più le ascolta: cadono nel dimenticatoio di un'immagine collettiva nella quale si pensa sia solamente un'eccezione alla regola della buona famiglia borghese.

Ho iniziato a pensare di scrivere un articolo dedicato a questo argomento perché poco tempo fa, parlando con una studentessa universitaria di Scienze della Formazione, si era imbastito un dialogo che tristemente ho lasciato decadere vedendo l'impermeabilità della ragazza alle mie parole: lei sosteneva che la maggior parte di violenze perpetrate a danno dei bambini avvengono per mano di persone estranee, io, al contrario, ho semplicemente ribadito la grossa responsabilità che viene attribuita alle famiglie oppure agli amici, in ogni caso persone vicine e conosciute.

Mi è stato risposto di andare in qualche associazione di recupero dedicata a casi di violenza e che avevo assolutamente torto, così il discorso è decaduto: troppo da spiegare, troppa chiusura da parte del mio interlocutore e mancanza di propensione, da parte mia, a perdere del tempo a mostrare dati e ricerche inerenti la questione.
Basta andare su google e digitare “violenze in famiglia” per trovare per esempio un articolo dedicato alla giornata contro le stesse (istituita il 29 gennaio 2010) in cui viene scritto (cito testualmente):

Secondo un'indagine dell'Associazione matrimonialisti italiani, il 70% degli stupri avviene tra le mura di casa, e solo il 6% è opera di estranei. Soltanto il 18% delle vittime considera un reato la violenza in famiglia, fisica o psicologica”.
Mettendo da parte la non troppo affidabile valenza delle percentuali a causa di risapute motivazioni (molte violenze non vengono denunciate) è alquanto sconvolgente come sia evidente che le mura di casa risultano le più pericolose ma noi non vogliamo ammetterlo.

Come mai cerchiamo di sotterrare nel nostro inconscio questa verità? La famiglia in Italia, come ho già detto, è intoccabile. Potremmo dare la colpa di tutto questo al perbenismo di un certo tipo di Chiesa e a quanto essa sia radicata nella nostra cultura media ma, al giorno d'oggi, non credo sia una giustificazione sufficiente. Ho il dubbio che il perché di tutto ciò risieda in quel 18% di vittime che non considera questo tipo di violenza un reato: un sottile filo divide la consapevolezza di ciò che accade dal timore di ammettere l'evidenza. Abbiamo tutti paura di pensare che la possibilità di essere feriti sia talmente vicina a noi da poterla toccare: ne siamo talmente attoniti che, spesso, mentiamo essendo più facile incolpare un estraneo che, quindi, non conosciamo per il male che ci circonda.

Come ammettere sia con noi stessi che con gli altri che qualcuno a cui vogliamo bene commette su di noi un certo tipo di violenza? Come smettere di pensare che sia colpa nostra ciò che sta accadendo, che siamo noi a cercare i guai?
Non è di certo facile: la violenza in famiglia è uno degli argomenti più delicati di cui ci si può occupare e tentare di aiutare le vittime lo è ancora di più.

Penso, però, che una possibile soluzione si possa trovare nel cambiamento di atteggiamento che dovremmo avere tutti nei confronti di queste situazioni. Una maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica ed un tentativo maggiore di far comprendere sia la gravità sia la portata di tali situazioni aiuterebbe anche le vittime a farsi avanti più facilmente ed a lasciarsi aiutare: superato l'ostacolo dell'idea di nucleo famigliare intoccabile e sacro risulterebbe più semplice denunciare violenze sia fisiche che psicologiche oppure notarle più facilmente così da poter aiutare la persona, che magari è nostra amica, a trovare una soluzione o ad ammettere il problema.

Apriamo un po' gli occhi e guardiamoci attorno invece che lamentarci di quanto siamo soli, di quanto la società se ne lavi le mani e incolpare, magari, gente estranea puntando sull'atavica paura de “l'uomo nero” o, per usare altri termini, di ciò che non si conosce.

mercoledì 22 dicembre 2010

Manovre di (di)Istruzione


Come avevo accennato nel post precedente ho pensato di cercare di fare un po' di luce nel marasma dell'incomprensione creata dalla Riforma Gelmini, oramai divenuta realtà dopo la riconferma del Governo Berlusconi.

Manovre di (di)Istruzione
via Zamboni, 38 - Bologna
dicembre 2010
Scatto e Copyright di Anakuklosis
Molti ragazzi che frequentano normalmente l'università poco hanno capito dei disordini: ciò che ritengono più importante è poter andare a lezione senza dover cambiare sede poiché il dipartimento è occupato. Personalmente, non faccio parte della fascia di persone che manifesta la propria indignazione poiché mi manca tempo materiale per aderire ma comprendo quanto ci sia, in ogni caso, bisogno di gente (anche quei non frequentanti “delinquenti” criticati da Berlusconi) che si batta per i propri ed altrui diritti.

Il punto più importante e che maggiormente ha influenzato i disordini è la modalità di scelta inerente la qualità delle università in base al quale viene presa la decisione se dargli o meno degli incentivi. Quest'anno, infatti, secondo la lista annuale stilata dalla “QS TopUniversities” (visitabile all'indirizzo:http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2010/results) prima in classifica è Cambridge, seguita a ruota da Harvard e Yale, mentre le università italiane si trovano agli ultimi posti: prima tra tutte Bologna al numero 176 (http://www.topuniversities.com/university/61/university-of-bologna). Questo tipo di controllo qualità si basa su vari punti che vengono sottolineati anche all'interno della Riforma pensata dalla Gelmini andando a mettere in pericolo il lavoro stesso dei ricercatori. All'estero, infatti, il sistema universitario è costruito in modo differente da quello italiano, basandosi maggiormente su meritocrazia, collaborazione e, allo stesso tempo, competizione. Il problema basilare, di conseguenza, è il tentativo di trasformare solamente all'apparenza l'università italiana lasciando scoperti alcuni punti che, invece, all'estero vengono tenuti in considerazione creando, così, una sottospecie di ibrido mal funzionante. Non è da dimenticare, inoltre, che le università estere non sono pubbliche ma private per cui il costo delle tasse scolastiche è maggiore rispetto a quello da noi sostenuto e godono di più autonomia rispetto al sistema economico e politico del loro governo. 

In Italia i nostri ricercatori rischiano ogni giorno di perdere il loro posto di lavoro per mancanza di fondi mentre all'estero, che noi vogliamo copiare alla “bene e peggio”, vengono pagati meglio e sono maggiormente tutelati. Con la nuova riforma, pare, questa precarietà sia ancora più immanente e questo, per ovvi motivi, ha spinto i nostri ricercatori, e non solo, a manifestare.

Ciò che più mi preoccupa, personalmente, però è la democrazia dimostrata dal nostro attuale Governo nel fronteggiare gli scioperi e le manifestazioni indette: uno Stato maturo avrebbe dovuto tener conto del disgusto e del disappunto creato nella popolazione tentando di trovare un accordo oppure rinunciando a portare a termine a tutti i costi una Riforma così poco amata. Inoltre, l'Italia dimentica sempre quanto la ricerca e la cultura siano importanti per i fini economici dando la precedenza, invece, all'imprenditoria creando persino all'interno del sistema universitario nozionismo anziché reale cultura basata su uno studio che prediliga la formazione della persona sia a livello umano che di preparazione nell'affrontare problemi e concetti ardui da districare ma di queste lacune ne ho già parlato in passato.

Possiamo, infatti, riformare le regole quanto vogliamo ma se dobbiamo far girare l'economia universitaria come un meccanismo imprenditoriale allora abbiamo bisogno d'avere un numero di iscritti e laureati molto alto per riuscire a percepire gli incentivi statali.

Dal mio punto di vista, inoltre, se gli studenti dovranno essere i primi a giudicare l'andamento dei professori e, di conseguenza, a deciderne in parte il futuro, il sistema stesso crollerà su se stesso. I ragazzi, infatti, guardano poco la validità dell'insegnante quanto la facilità degli esami: basti pensare al famoso passaparola attraverso il quale la maggior parte di persone sceglie i corsi cosiddetti “più facili” lasciando decadere quelli che, invece, per pochi sono interessanti.

Ci lamentiamo che i nostri laureati non sono preparati ma il problema non è solo insito nell'organizzazione universitaria bensì anche nelle scelte degli stessi studenti che, dando maggiore importanza al “pezzo di carta” e credendo che solo questo basti, tentano di semplificare il proprio percorso non rendendosi conto delle difficoltà future.

Sono una studentessa anch'io che critica i propri coetanei, li osserva e li vede a loro volta criticare gli altri senza rendersi conto che, oramai, siamo noi stessi ad aiutare questa malattia che affligge l'università nel suo cammino. I pochi che vedono una soluzione guardano oltre i confini italiani, scelgono di andarsene e di non tornare; gli altri restano, alcuni di loro combattono per cambiare ma, alla fine si vedono costretti ad uniformarsi ed adattarsi, oppure farsi mantenere. 

mercoledì 1 dicembre 2010

Cronaca di una morte annunciata


Sono passati alcuni mesi dall'ultimo post che ho scritto ed ora, tra il caos creato dalla nuova Riforma universitaria, mi rimetto davanti ad un virtuale foglio bianco.

Probabilmente il prossimo articolo lo dedicherò proprio all'argomento sopraccitato nel tentativo di chiarire quali cambiamenti avverranno se anche il Senato varerà la nuova legge.

Oggi, scrivo riguardo alla pena di morte: un argomento piuttosto delicato e controverso che tenterò di toccare in maniera più oggettiva possibile lasciando scegliere al lettore da che parte stare.

In Via Zamboni a Bologna, oltre ad essere stata occupata nuovamente la Facoltà di Filosofia, è stata organizzata,  per domani alle 17.00, una protesta contro la Pena di Morte improntata sulla figura di Billy Moore, ospite  d'eccezione dell'incontro.

Per chi non avesse idea di chi sia quest'uomo brevemente riassumo la sua storia: implicato nella rapina di una casa ha ucciso, anni fa e senza premeditazione, l'anziano signore che ci abitava e si trovava all'interno al momento del fatto. È rimasto nel braccio della morte per anni, condannato alla sedia elettrica, per poi essere fortunatamente scagionato. Nel corso del tempo trascorso in carcere ha tentato di redimersi in più modi cercando di partecipare, soprattutto, alle attività della comunità.

La sua figura, ora, viene utilizzata come emblema dell'uomo che può redimersi, capendo i propri errori, pentendosene e ricreandosi una nuova vita.

Perché, quindi, essere contrari alla pena di morte? Una possibile risposta è già stata data: la fiducia ottimistica che il carcerato si redima senza, però, tenere conto delle varie e singole situazioni. Non sempre, infatti, questo è possibile: esistono alcuni casi recidivi che non sono in grado di comprendere dentro di sé che cosa sia la morale, o meglio ne hanno creata una propria nella quale la vita altrui non ha alcun senso se non quella di sottostare al loro sadico piacere.

Quello che tendo di spiegare è come ogni caso sia, a suo modo, singolare e debba venir studiato come a sé stante: non si possono prendere le stesse decisioni radicali per tutti sia per una fallibilità umana (potrebbe non essere colpevole del crimine oppure averlo commesso senza intenzionalità) sia perché c'è la possibilità che con un certo tipo di percorso di recupero il carcerato possa redimersi sia perché lo stesso potrebbe, una volta uscito di prigione, ricommettere lo stesso errore reiterandolo.

Dare l'ergastolo a vita, od obbligarli ai lavori forzati, sarebbe una soluzione migliore della pena di morte? Pongo questa domanda per il semplice motivo che, a questo punto, bisogna trovare un'altra soluzione: parlare semplicemente contro un sistema che si ritiene sbagliato senza pensare ad una possibile soluzione al problema risulta inutile e pretenzioso.

Nel caso, oltretutto, dell'ergastolo nascerebbe anche un discorso, che eviterò, legato all'economia ed ai soldi da investire per il mantenimento dei carcerati, già giudicato esoso in Italia.

Inoltre, c'è un'idea da cui non riesco a liberarmi: la vita è sacra, ma la libertà dell'individuo all'interno della società, la tranquillità di sentirsi al sicuro, sono degli optional? Come ci sentiremmo se nostro figlio o nostra figlia subissero una violenza? Istintivamente, cercheremmo una vendetta personale che, giustamente, sia il diritto sia la nostra coscienza non tollerano.

Lo stato, quindi, si prende l'onere di decidere riguardo questo condannato: cosa farne di lui? Personalmente opterei per una riabilitazione seria coadiuvata da un equipe di psicologi competenti ed in grado di occuparsi dei vari e possibili casi, cioè ognuno specializzato e preparato ad affrontare una determinata problematica del carcerato nel tentativo di risolverla (sia chiaro, risolvere inteso come superamento della stessa e non, come spesso accade, auto-convincimento della propria guarigione). Torniamo, però, al problema economico: chi dovrebbe mantenere questi medici? Si potrebbe creare una forza-lavoro con i prigionieri che dia la possibilità di creare soldi per poter mantenere le proprie cure. Così, infine, coloro in grado di superare il proprio disagio possono essere reinseriti, con attenzione, nella società... ma cosa succede ai recidivi oppure a coloro che hanno mentito ingraziandosi le simpatie dei dottori?

Il sistema per quanto possa sembrare ai nostri occhi perfetto presenterà sempre delle falle: l'importante è tentare di trovare una soluzione, non lasciarsi trascinare o manifestare senza creare delle idee per migliorare la situazione attuale: questo non vale solo per questo specifico discorso ma, in un certo senso, è uno dei tanti modi di affrontare la vita.

sabato 22 maggio 2010

Spasimi di una giornata differente: aiutare la città ad aiutare i disabili


Sono andata in giro per Bologna con un amico che, purtroppo, è sulla sedia a rotelle (non quelle super tecnologiche che costano una mazzata di soldi e puoi muovere con un dito ma una da spingere a mano): è stato un incubo e mi è stato persino detto che Milano è peggio. Le strade sono piene di buche, o fatte in porfido o con piastrellacce rovinate e molti marciapiedi con scalini o dislivelli. Molti negozi sembra abbiano scritto “Io non posso entrare” come i cartelli per i cani a causa di scalini troppo alti. Bagni, ovviamente, non a norma, dei ristoranti corollano amorevolmente il tutto aprendo la strada ad uno dei miei discorsi preferiti: criticare Trenitalia chiedendomi, nel frattempo, dove siano finite tutte quelle belle leggi che dovrebbero obbligare gli esercenti a creare strutture adeguate che non tolgano la libertà a persone con problemi (dopotutto quanto costa fare uno scivolo al posto degli scalini? Alla fine chi cammina con le proprie gambe non ha problemi a camminare su una superficie diversa; oppure a mettere una pedana, anche non fissa da quattro soldi?).

Alla stazione di Bologna ho scoperto un nuovo punto dove non ero mai stata, non avendone mai avuto bisogno: il punto per persone diversamente abili che, praticamente, si trova isolato da tutte le altre biglietterie ed è una sottospecie di ufficio. Vai lì, ti fai fare il biglietto, te lo fai stampare in un altro ufficio, torni di nuovo nel primo posto in cui sei andato ed aspetti che qualcuno ti venga a prendere, poi vai all’ascensore, ti fai un lungo corridoio, riprendi l’ascensore e ti trovi nel binario prescelto per il tuo treno. Ora la parte divertente: ti caricano su un muletto sollevatore, identico a quelli utilizzati nel settore industriale, e ti fanno salire sul treno. 

Come molti sapranno esistono alcuni regionali, nuovi, a due piani che non hanno questo problema dei maledetti scalini (che, in realtà, sono pericolosi anche per noi che ci teniamo in piedi su due gambe: quante volte è capitato di inciamparci o comunque di salire/scendere terrorizzati di farci male con le proprie valige in mano?)… perlomeno così eviterebbero ai malcapitati la trafila al punto disabili, il dover arrivare mezz’ora prima della partenza del treno per fare tutte le carte ed essere caricati come delle casse.

Questo, però, non è tutto: come molto spesso abbiamo appreso anche da alcuni servizi della televisione lanciati da “Striscia la Notizia” in Italia troviamo strutture nuove, mai utilizzate, chiuse o senza addetti oppure aperte e senza corrente elettrica, senza contare tutti i fondi stanziati dallo stato e mai andati a buon fine, spesso re-indirizzati ed investiti in tutt’altro.

A noi, che non abbiamo problemi motori, più di tanto non interessa ma non ho mai digerito quando le persone in qualche modo tolgono la libertà ad altri: non dare la possibilità, ai diversamente abili, di accedere a tutte le strutture a cui, invece, noi accediamo facilmente toglie loro un’indipendenza che molto spesso vorrebbero acquisire e che siamo proprio noi a non dargli (questo discorso varrebbe, in un senso ribaltato, anche per coloro che tendono a fare il contrario, cioè a viziare qualcuno credendo di aiutarlo: anche questo sarebbe da analizzare in un discorso a parte).

Forse sono troppo critica, forse lo sono troppo poco: non è questo che dovremmo discutere o giudicare ma solo prendere atto del contenuto di questo articolo e pensare a come sarebbe semplice migliorare, almeno un tantino, la situazione in Italia.

mercoledì 14 aprile 2010

L'istinto dimenticato


Sono cresciuta in un paesino di campagna dove il contatto con gli animali è qualcosa di naturale, ho imparato ad amarli grazie ad un padre appassionato.

Da grande ho avuto cani e gatti ma l’animale che più mi ha colpito e con cui sono cresciuta è il cavallo. Avevo solo pochi mesi quando mio padre mi mise in groppa alla sua puledra facendomi una foto. Non sono però i vecchi ricordi d’infanzia di cui voglio parlare, ma di uno degli animali che personalmente ritengo più “umani” sebbene a tutt’oggi molti dicano che siano “stupidi”.

I cavalli hanno una memoria molto sviluppata: se il padrone gli fa fare due volte la stessa strada fermandosi negli stessi punti, il cavallo ricorderà il percorso e le fermate senza che l’uomo glielo ricordi. Questo fattore, a volte, convince le persone della stupidità di questo animale. 

Tendenzialmente, anche se piano piano questa idea sta cambiando, viene insegnato ai giovani cavallerizzi a dominare il cavallo e non, al contrario, a giocare con lui instaurando un rapporto di scambio reciproco, imparando a sentirlo ed a percepirne i cambiamenti d’umore. Probabilmente questo deriva, anche, da una paura della forza che un animale così grande può sprigionare: nessuno può rimanere in sella ad un cavallo che non vuole essere domato a meno ché non usi una corda e ci si leghi.

Personalmente, ho cresciuto una puledrina di sei mesi: quando l’ho presa era terrorizzata, bastava toccarla con un dito per farla tremare come una foglia perché era stata divisa dalla mamma di colpo e troppo presto. Ogni qualvolta ci si avvicinava a lei, scappava, eppure c’era qualcosa che, se restavi lì immobile ad osservarla, le sussurravi parole per lei senza senso con voce calma, piano piano veniva accanto a te, piena di timore ma allo stesso tempo di curiosità e bisogno di contatto.

Era un cucciolo troppo cresciuto molto attento ed intelligente: evitava i pericoli da sola, guardava dove andava, era sempre concentrata ed in due mesi, in cui il mio unico lavoro è stato passare del tempo a contatto con lei accarezzandola e giocandoci, si è trasformata in un animale sicuro di sé ed affidabile. Aveva solo il disperato bisogno di fidarsi di qualcuno che non le facesse del male e non se ne andasse. 

Questo tipo di animali ha una sensibilità molto spiccata, probabilmente legata anche a quella parte primitiva ed istintuale che li faceva sopravvivere allo stato brado, e questo li rende i perfetti candidati per la “pet therapy“.

Questa terapia, riconosciuta ed appoggiata a livello internazionale, sostiene che (affiancata ovviamente dalle giuste cure mediche) la compagnia di un animale sia un aiuto rilevante per aiutare il paziente a superare il proprio problema sia a livello psicologico che fisico.

Il cavallo è uno degli animali in questo caso più utilizzato, proprio grazie alla sua stazza (può dare sicurezza imparare a chiedergli delle piccole cose come camminare o andare a destra/sinistra) ed alla sua sensibilità (se c’è, per esempio, una persona malata l’animale cambia subito atteggiamento nei suoi confronti, divenendo a volte anche molto più docile) sia come aiuto per persone con handicap sia, solamente, come mezzo attraverso il quale prendere sicurezza delle proprie capacità lasciando alle spalle blocchi psicologici vari, in altre parole, un compagno ideale nel percorso di guarigione e ripresa della coscienza del proprio corpo.

giovedì 25 marzo 2010

Oltre l'uomo senza qualità...




La filosofia è morta e l’abbiamo uccisa noi, a parte qualche barlume d’uomo disperso qua e là nel marasma in cui ci muoviamo.


Persino nelle aule universitarie, durante le lezioni, si può avvertire il peso di questo immenso lutto. Parliamo di date e dati, a volte, se siamo fortunati, assistiamo ad un dibattito “pilotato” nel tentativo di far accettare allo studente la verità in cui il professore crede, forzando, stirando e sfaldando autori estrapolandoli dal loro contesto. Cerchiamo di sotterrare le parole scritte spingendole nell’auto-fraintendimento, disgregandole ed obbligandole a riplasmarsi tradendo il proprio autore.   

Dov’è, mi chiedo allora, finita la domanda? Cerco l’uomo, ma dov’è l’uomo se la domanda è scomparsa? La filosofia è un continuo chiedere, interrogarsi, scontrarsi e confrontarsi al di là di ciò che tendo a chiamare dogmi, ossia delle certezze entro le quali ci rinchiudiamo per scelta o consolazione, ma oggi in quanti di noi vogliono realmente mettersi in gioco e rischiare di perdersi in una foresta? Sebbene ognuno di noi tenda a sentirsi l’eletto, il demiurgo della situazione, per presunzione, pochi di noi comprendono quanto non sia importante sapere e conoscere qualcosa con certezza quanto cercare, mutare, non divenire statici ed avere il coraggio di cambiare la propria idea.

Chi si sorprende più ormai? Crediamo che desensibilizzarci ci renda più forti, in realtà ci rende solamente più schizofrenici: la forza delle emozioni, quella che ti libera da tutte queste catene autoimposte dalla società che costruisce cyborg viene vista come qualcosa da cui distanziarsi. 

Non sappiamo più sognare: ci limitiamo a schematizzare tutto, persino i sentimenti. Arriviamo ad amare qualcuno per vari calcoli fatti: come in una tabella scegliamo il nostro patner a seconda delle sue qualità senza pensare a ciò che proviamo realmente per quella persona. Scegliamo il nostro lavoro per soldi e facilità nell’espletarlo. Guardiamo un film ed invece di lasciarci andare, di lasciar battere il cuore a ritmo dei suoni che ci inondano, ascoltare il fluire della pellicola che passa davanti ai nostri occhi ci chiediamo il significato di una trama per capirne la morale finale, quel qualcosa che mette un punto a tutta la fruizione, quel qualcosa che fa sì che quel film non scavi dentro di noi, che ci insegni ad interpretare i mondi entro cui si muove (e mentre scrivo questo penso ad esempio a David Lynch).

L’arte cerca di violentarci e noi rimaniamo a guardarla impassibili: niente ci tocca se non può ferirci fisicamente, quale orrore! (“L’orrore… l’orrore” diceva Kurtz alla fine di “Cuore di Tenebra” di Conrad, oppure, per chi non lo conosce in “Apocalypse Now” di Coppola).

Siamo fieri di trasformarci in pietre, di mostrarci forti agli occhi di altri che, come noi, credono nella forza dell’impassibilità senza comprendere quanto, al giorno d’oggi, sia più forte la persona che ha il coraggio di mostrare le proprie lacrime, perché libera da delle gabbie che rendono tutti gli altri repressi all’interno di un meccanismo mentale che li stringe in una morsa per poi sfociare, nel migliore dei casi, in crisi di panico apparentemente insensate.

Usiamo dei trucchi per dissociarci e provare qualche ebbrezza perché abbiamo rifiutato il nostro cuore che, dentro di noi, si ribella e richiede umanità ma non possiamo più dargliela. Droghiamo i nostri sensi per sentirci onnipotenti ed allo stesso per provare quel qualcosa che non siamo più in grado di sentire: ma degli dèi immortali senza cuore e dolore, sogni e lacrime, che senso hanno d’esistere?