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martedì 22 febbraio 2011

Paralisi e Rivoluzione

L'attenzione italiana si sta focalizzando principalmente sulla figura del nostro Presidente del Consiglio mentre attorno a noi vengono portati a termine dei colpi di stato.
 
Secondo Renato Mannheimer, attualmente, solo il 28 % degli italiani desidera vedere ancora in carica Berlusconi eppure, lui, spinge al massimo tutti gli ingranaggi parlamentari per creare nuove leggi che lo salvino da se stesso.
Il suo piano di battaglia inizia è iniziato ieri, giorno dedicato alla calendarizzazione dei processi brevi: in altre parole tutti i processi, quali Mediaset e Mills, verrebbero annullati dalla prescrizione, risultando, inoltre, Berlusconi tutt'ora incensurato.
 
Domani, invece, la giornata sarà dedicata, ovviamente, ad intercettazioni ed immunità parlamentare tentando, come precedentemente accaduto, di “imbavagliare” i giornalisti.
Il titolo di un articolo di ieri su “Il Fatto” cita: “Basta B. gli italiani vogliono votare” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/20/mannheimer-basta-b-gli-italiani-vogliono-le-urne/93156/) eppure tutto tace: come sempre sediamo tranquilli a guardare la televisione, lamentandoci della situazione attuale ma, come si suol dire, non ci rimbocchiamo le maniche.
 
Passiamo il tempo a seguire le vicende di Berlusconi, catalizzatore d'attenzione, senza comprendere che siamo circondati, letteralmente, da degli Stati in rivoluzione.
 
I nostri giornalisti non si sono lasciati sfuggire il fatto che, mentre USA, Gran Bretagna, Francia e Germania denunciavano indignati l'uso della violenza sulla folla attuata dalle forze dell'ordine in Libia (circa 300 morti) l'Italia si diceva preoccupata per gli sbarchi clandestini a cui sarà sottoposta.
Umanamente la reazione italiana è alquanto discutibile ma politicamente bisogna tener conto di quanto il fattore sbarchi sia pericoloso da un punto di vista di sicurezza nazionale: il clima di disordine che ora regna e l'arrivo di migliaia di persone sulle nostre coste sarà difficile da contenere.
 
Senza contare che Tripoli ha contattato ieri un rappresentante dell'unione europea, l'ambasciatore ungherese, avvertendo che se l'UE continuerà a proteggere i manifestanti le autorità non si occuperanno del fronte delle immigrazioni.
 
Da non dimenticare, inoltre, i patti che, in questi anni l'Italia ha stretto con Gheddafi:
Tutto questo per non dimenticare quanto l'Italia si sia lasciata risucchiare dagli eventi, alla ricerca d'affari, ed ora rischi secondo Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici, di dover fronteggiare una possibile richiesta d'asilo di Gheddafi nel caso riesca a lasciare la Libia incolume sprofondando, logicamente, il nostro Paese in un “pasticcio europeo”.
 
Probabilmente, quindi, sarebbe meglio iniziare a preoccuparsi di quanto l'Italia stia rischiando, al momento, sul fronte estero, essendo il Paese più vicino ai disordini che stanno accadendo, mettendo da parte un Presidente del Consiglio che, invece, è interessato a salvare la propria persona dai processi in cui è imputato.
 
Ci stiamo sempre più avvicinando ad un regime di emergenza: tutti i Paesi europei, nonché l'America (Obama stesso ha condannato l'uso della violenza contattando il monarca del piccolo Stato del Barheim, suo vecchio alleato e ponendosi, quindi, in una posizione alquanto scomoda) se ne stanno preoccupando e rabbrividiscono all'idea che possa dilagare la violenza oltre i confini medio-orientali mentre l'Italia, silenziosa, attende ed osserva timorosa nel prendere una posizione...

giovedì 10 febbraio 2011

Cronaca dal Mondo dei Vivi

Ieri è stata indetta la giornata nazionale dedicata agli stati vegetativi, considerati dall'esecutivo una forma di disabilità. È stata scelta, paradossalmente, come data il 9 febbraio poiché essa coincide con la morte di Eluana: deceduta due anni fa, dopo diciassette anni di stato vegetativo, in seguito all'interruzione dell'alimentazione ed idratazione artificiali richieste dal padre che si è battuto contro ciò che riteneva un “accanimento terapeutico”.

Logicamente, e condivido l'affermazione, il padre di Eluana ha commentato così la manifestazione: inopportuna ma soprattutto indelicata" per me, aggiunge: “il 9 febbraio sarà la giornata del silenzio".

Tante persone hanno speculato e parlato di questo caso e della mancanza o meno di morale ed umanità che si trova dietro alla decisione di rendere l'eutanasia legale ma creare una giornata come questa in nome di una ragazza che, non dimentichiamolo, aveva manifestato la sua riluttanza a rimanere in vita in uno stato del genere prima del fatale incidente: coloro che parlano, però, di questa manifestazione sembrano averlo dimenticato.

Il sottosegretario Eugenia Rocella, infatti, commenta in questo modo: a tutti noi l’anniversario della morte di Eluana Englaro, una ragazza affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta per decisione della magistratura”.

Al di là di tutte queste “lotte politiche” riguardo l'argomento in questione e, soprattutto, la volontà da parte di alcuni, di rendere la figura di Eluana una sottospecie di vittima o, peggio ancora, martire e di parlare a nome suo sebbene non abbiano mai avuto modo di conoscerla personalmente (cosa che trovo inutile e pretenziosa), il mio interesse si focalizza sulla grande questione del “Testamento Biologico”.

Per quanto riguarda lo stato italiano è molto difficile pensare che la religione, il governo attuale e, diciamolo, i benpensati che affliggono la nostra società rendano possibile il “Testamento Biologico” a causa di qualche paura atavica che rende loro alquanto incomprensibile dare facoltà e libertà di scelta a tutti. Il testamento, infatti, sarebbe semplicemente una volontà, manifestata anticipatamente (cioè in visione di un possibile futuro in stato vegetativo) dal paziente.

Prendendo un caso lasciato maggiormente in sordina ma in cui la protagonista aveva effettivamente lasciato uno scritto in cui le sue volontà erano state chiaramente manifestate: Anna Busato, in seguito ad aneurisma si trovava in stato vegetativo e, in seguito ad un appello fatto dal marito in Italia, il consorte ha deciso di portarla direttamente in Olanda dove, dopo tre mesi di attesa, hanno deciso di rispettare il “Testamento Biologico” lasciandola morire (un articolo maggiormente informativo sulla questione si trova su: http://www.lucacoscioni.it/rassegnastampa/da-venezia-all-olanda-morire-come-eluana).

A questo proposito rimando alla legge olandese 194, in vigore dal 2001, consultabile tramite il link: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2006/03/che_cosa_dice_l.html

In cui, leggendo attentamente, viene sottolineato come l'eutanasia non venga “somministrata” senza coscienza ma seguendo precise direttive quali:

"1. I requisiti di accuratezza, indicati nell'articolo 293, secondo comma, del Codice Penale, prevedono che il medico:
a. abbia la convinzione che si sia trattato di una richiesta libera e ben meditata del paziente,
b. abbia la convinzione che si sia trattato di una sofferenza ineludibile e insopportabile del paziente,
c. abbia informato il paziente della situazione in cui egli si trovava e delle sue prospettive,
d. con il paziente sia giunto alla convinzione che per la situazione in cui egli si trovava non vi fosse altra soluzione ragionevole,
e. si sia consultato con almeno un altro medico indipendente, il quale abbia visto il paziente e abbia dato per iscritto il suo giudizio sui requisiti di accuratezza indicati nei punti a-d, e
f. abbia praticato l'eutanasia o l'assistenza al suicidio con accuratezza medica.

2. Se il paziente di sedici anni o più non è più in grado di esprimere la sua volontà, ma prima di cadere in tale condizione era stato giudicato in grado di fornire una ragionevole valutazione dei suoi interessi e aveva rilasciato una dichiarazione scritta contenente una richiesta di eutanasia, allora il medico può dare seguito a questa richiesta. I requisiti di accuratezza, indicati nel primo comma, sono applicabili in conformità.

3. Se il paziente minorenne ha un'età compresa tra i sedici e diciott'anni ed può essere ritenuto in grado di fornire una valutazione ragionevole dei suoi interessi, il medico può dare seguito alla richiesta del paziente di eutanasia o di assistenza al suicidio, dopo avere coinvolto il genitore o i genitori che esercita o esercitano la patria potestà su di lui, oppure il suo tutore, prima di prendere una decisione.

4. Se il paziente minorenne ha un'età compresa tra i dodici e i sedici anni e può essere ritenuto in grado di fornire una valutazione ragionevole dei suoi interessi, il medico - se il genitore o i genitori che esercita o esercitano la patria potestà su di lui, oppure il suo tutore, possono essere d'accordo con l'eutanasia o con l'assistenza al suicidio - può dare seguito alla richiesta del paziente. Il secondo comma è applicabile in conformità.
"


Concludo, quindi, chiedendomi quale sia il timore di dare la possibilità alle persone di scegliere se continuare a vivere in stato vegetativo oppure morire. È una decisione personale di cui non vedo alcuna minaccia verso altri se non i famigliari che, spesso, egoisticamente (ma comprensibilmente) continuano a pensare che il risveglio dei propri cari sia possibile: il “Testamento Biologico” toglierebbe loro ogni speranza.

mercoledì 22 dicembre 2010

Manovre di (di)Istruzione


Come avevo accennato nel post precedente ho pensato di cercare di fare un po' di luce nel marasma dell'incomprensione creata dalla Riforma Gelmini, oramai divenuta realtà dopo la riconferma del Governo Berlusconi.

Manovre di (di)Istruzione
via Zamboni, 38 - Bologna
dicembre 2010
Scatto e Copyright di Anakuklosis
Molti ragazzi che frequentano normalmente l'università poco hanno capito dei disordini: ciò che ritengono più importante è poter andare a lezione senza dover cambiare sede poiché il dipartimento è occupato. Personalmente, non faccio parte della fascia di persone che manifesta la propria indignazione poiché mi manca tempo materiale per aderire ma comprendo quanto ci sia, in ogni caso, bisogno di gente (anche quei non frequentanti “delinquenti” criticati da Berlusconi) che si batta per i propri ed altrui diritti.

Il punto più importante e che maggiormente ha influenzato i disordini è la modalità di scelta inerente la qualità delle università in base al quale viene presa la decisione se dargli o meno degli incentivi. Quest'anno, infatti, secondo la lista annuale stilata dalla “QS TopUniversities” (visitabile all'indirizzo:http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2010/results) prima in classifica è Cambridge, seguita a ruota da Harvard e Yale, mentre le università italiane si trovano agli ultimi posti: prima tra tutte Bologna al numero 176 (http://www.topuniversities.com/university/61/university-of-bologna). Questo tipo di controllo qualità si basa su vari punti che vengono sottolineati anche all'interno della Riforma pensata dalla Gelmini andando a mettere in pericolo il lavoro stesso dei ricercatori. All'estero, infatti, il sistema universitario è costruito in modo differente da quello italiano, basandosi maggiormente su meritocrazia, collaborazione e, allo stesso tempo, competizione. Il problema basilare, di conseguenza, è il tentativo di trasformare solamente all'apparenza l'università italiana lasciando scoperti alcuni punti che, invece, all'estero vengono tenuti in considerazione creando, così, una sottospecie di ibrido mal funzionante. Non è da dimenticare, inoltre, che le università estere non sono pubbliche ma private per cui il costo delle tasse scolastiche è maggiore rispetto a quello da noi sostenuto e godono di più autonomia rispetto al sistema economico e politico del loro governo. 

In Italia i nostri ricercatori rischiano ogni giorno di perdere il loro posto di lavoro per mancanza di fondi mentre all'estero, che noi vogliamo copiare alla “bene e peggio”, vengono pagati meglio e sono maggiormente tutelati. Con la nuova riforma, pare, questa precarietà sia ancora più immanente e questo, per ovvi motivi, ha spinto i nostri ricercatori, e non solo, a manifestare.

Ciò che più mi preoccupa, personalmente, però è la democrazia dimostrata dal nostro attuale Governo nel fronteggiare gli scioperi e le manifestazioni indette: uno Stato maturo avrebbe dovuto tener conto del disgusto e del disappunto creato nella popolazione tentando di trovare un accordo oppure rinunciando a portare a termine a tutti i costi una Riforma così poco amata. Inoltre, l'Italia dimentica sempre quanto la ricerca e la cultura siano importanti per i fini economici dando la precedenza, invece, all'imprenditoria creando persino all'interno del sistema universitario nozionismo anziché reale cultura basata su uno studio che prediliga la formazione della persona sia a livello umano che di preparazione nell'affrontare problemi e concetti ardui da districare ma di queste lacune ne ho già parlato in passato.

Possiamo, infatti, riformare le regole quanto vogliamo ma se dobbiamo far girare l'economia universitaria come un meccanismo imprenditoriale allora abbiamo bisogno d'avere un numero di iscritti e laureati molto alto per riuscire a percepire gli incentivi statali.

Dal mio punto di vista, inoltre, se gli studenti dovranno essere i primi a giudicare l'andamento dei professori e, di conseguenza, a deciderne in parte il futuro, il sistema stesso crollerà su se stesso. I ragazzi, infatti, guardano poco la validità dell'insegnante quanto la facilità degli esami: basti pensare al famoso passaparola attraverso il quale la maggior parte di persone sceglie i corsi cosiddetti “più facili” lasciando decadere quelli che, invece, per pochi sono interessanti.

Ci lamentiamo che i nostri laureati non sono preparati ma il problema non è solo insito nell'organizzazione universitaria bensì anche nelle scelte degli stessi studenti che, dando maggiore importanza al “pezzo di carta” e credendo che solo questo basti, tentano di semplificare il proprio percorso non rendendosi conto delle difficoltà future.

Sono una studentessa anch'io che critica i propri coetanei, li osserva e li vede a loro volta criticare gli altri senza rendersi conto che, oramai, siamo noi stessi ad aiutare questa malattia che affligge l'università nel suo cammino. I pochi che vedono una soluzione guardano oltre i confini italiani, scelgono di andarsene e di non tornare; gli altri restano, alcuni di loro combattono per cambiare ma, alla fine si vedono costretti ad uniformarsi ed adattarsi, oppure farsi mantenere. 

mercoledì 1 dicembre 2010

Cronaca di una morte annunciata


Sono passati alcuni mesi dall'ultimo post che ho scritto ed ora, tra il caos creato dalla nuova Riforma universitaria, mi rimetto davanti ad un virtuale foglio bianco.

Probabilmente il prossimo articolo lo dedicherò proprio all'argomento sopraccitato nel tentativo di chiarire quali cambiamenti avverranno se anche il Senato varerà la nuova legge.

Oggi, scrivo riguardo alla pena di morte: un argomento piuttosto delicato e controverso che tenterò di toccare in maniera più oggettiva possibile lasciando scegliere al lettore da che parte stare.

In Via Zamboni a Bologna, oltre ad essere stata occupata nuovamente la Facoltà di Filosofia, è stata organizzata,  per domani alle 17.00, una protesta contro la Pena di Morte improntata sulla figura di Billy Moore, ospite  d'eccezione dell'incontro.

Per chi non avesse idea di chi sia quest'uomo brevemente riassumo la sua storia: implicato nella rapina di una casa ha ucciso, anni fa e senza premeditazione, l'anziano signore che ci abitava e si trovava all'interno al momento del fatto. È rimasto nel braccio della morte per anni, condannato alla sedia elettrica, per poi essere fortunatamente scagionato. Nel corso del tempo trascorso in carcere ha tentato di redimersi in più modi cercando di partecipare, soprattutto, alle attività della comunità.

La sua figura, ora, viene utilizzata come emblema dell'uomo che può redimersi, capendo i propri errori, pentendosene e ricreandosi una nuova vita.

Perché, quindi, essere contrari alla pena di morte? Una possibile risposta è già stata data: la fiducia ottimistica che il carcerato si redima senza, però, tenere conto delle varie e singole situazioni. Non sempre, infatti, questo è possibile: esistono alcuni casi recidivi che non sono in grado di comprendere dentro di sé che cosa sia la morale, o meglio ne hanno creata una propria nella quale la vita altrui non ha alcun senso se non quella di sottostare al loro sadico piacere.

Quello che tendo di spiegare è come ogni caso sia, a suo modo, singolare e debba venir studiato come a sé stante: non si possono prendere le stesse decisioni radicali per tutti sia per una fallibilità umana (potrebbe non essere colpevole del crimine oppure averlo commesso senza intenzionalità) sia perché c'è la possibilità che con un certo tipo di percorso di recupero il carcerato possa redimersi sia perché lo stesso potrebbe, una volta uscito di prigione, ricommettere lo stesso errore reiterandolo.

Dare l'ergastolo a vita, od obbligarli ai lavori forzati, sarebbe una soluzione migliore della pena di morte? Pongo questa domanda per il semplice motivo che, a questo punto, bisogna trovare un'altra soluzione: parlare semplicemente contro un sistema che si ritiene sbagliato senza pensare ad una possibile soluzione al problema risulta inutile e pretenzioso.

Nel caso, oltretutto, dell'ergastolo nascerebbe anche un discorso, che eviterò, legato all'economia ed ai soldi da investire per il mantenimento dei carcerati, già giudicato esoso in Italia.

Inoltre, c'è un'idea da cui non riesco a liberarmi: la vita è sacra, ma la libertà dell'individuo all'interno della società, la tranquillità di sentirsi al sicuro, sono degli optional? Come ci sentiremmo se nostro figlio o nostra figlia subissero una violenza? Istintivamente, cercheremmo una vendetta personale che, giustamente, sia il diritto sia la nostra coscienza non tollerano.

Lo stato, quindi, si prende l'onere di decidere riguardo questo condannato: cosa farne di lui? Personalmente opterei per una riabilitazione seria coadiuvata da un equipe di psicologi competenti ed in grado di occuparsi dei vari e possibili casi, cioè ognuno specializzato e preparato ad affrontare una determinata problematica del carcerato nel tentativo di risolverla (sia chiaro, risolvere inteso come superamento della stessa e non, come spesso accade, auto-convincimento della propria guarigione). Torniamo, però, al problema economico: chi dovrebbe mantenere questi medici? Si potrebbe creare una forza-lavoro con i prigionieri che dia la possibilità di creare soldi per poter mantenere le proprie cure. Così, infine, coloro in grado di superare il proprio disagio possono essere reinseriti, con attenzione, nella società... ma cosa succede ai recidivi oppure a coloro che hanno mentito ingraziandosi le simpatie dei dottori?

Il sistema per quanto possa sembrare ai nostri occhi perfetto presenterà sempre delle falle: l'importante è tentare di trovare una soluzione, non lasciarsi trascinare o manifestare senza creare delle idee per migliorare la situazione attuale: questo non vale solo per questo specifico discorso ma, in un certo senso, è uno dei tanti modi di affrontare la vita.

giovedì 25 febbraio 2010

I Titani della cultura classica e lo stagnamento lattiginoso dell'Italia in gelatina




Oggi mi è stato detto che tendo a disprezzare la cultura italiana inneggiando a quella estera e facendomi notare come, invece, abbiamo una diretta discendenza dal grande popolo romano.

Probabilmente quando mi esprimo posso dare l’idea, sbagliata, di questa “forma mentis” ma, in tutta sincerità, ciò che disprezzo è la società italiana attuale, non certamente l’antichità, tutt’altro.

La mia risposta a questo appunto fattomi, quindi, è stata: “Non ho nulla contro le culture antiche né latina né greca, che adoro, ma noi, in Italia, nemmeno le conosciamo adeguatamente mentre, molto spesso, all’estero se ne interessano in maniera più specifica e sono in grado di attingerne e attualizzarne gli insegnamenti inserendoli nella propria società. Vogliamo parlare, non lo so, per esempio di Seneca, Petronio o Cicerone o qualsiasi autore latino?”.

Attualmente il liceo classico è svillaneggiato e vilipeso perché giudicato ormai un ambiente in cui si studiano lingue defunte, o malate in modo terminale. Mi chiedo, allora, come mai, per esempio, Nietzsche o Heiddegger abbiano invece attinto dalla lingua e dalla cultura greca se è così tramortita come sembra a noi italiani. 

Forse che lo studio nei nostri licei si basa sull’apprendimento prettamente mnemonico della traduzione di versioni fatte in classe (o meglio palesemente copia-incollate da internet) e, in seguito, appiccicate nei compiti in classe senza delle spiegazioni relative al testo (vorrei dire esegesi o contestualizzazioni, ma sono terminologie sconosciute persino agli insegnanti)? 

È come se non comprendessimo quanto le culture antiche ci abbiano trasmesso e continuino ad insegnarci a vivere, e non mi meraviglio che questo punto sia totalmente incompreso dal popolo italico. 

Ho notato che dà molto fastidio sentirsi dire come il nostro paese, in quanto società (quanti eufemismi sto usando!), stia andando al macero e quanto all’estero questo sia visibilmente criticato: non vogliamo vedere dove stiamo finendo perché noi stessi siamo fatti di macerie ed ignoranza. 

Infarciti di televisione e sprazzi di cronaca italiana ci perdiamo quello che succede all’estero realmente (vedi: “La scomparsa dei fatti“, del magister Marco Travaglio) lo vediamo solo filtrato dai nostri notiziari, anche perché, tornando ad un vecchio discorso già da me toccato (autocitazionismo ipertrofico), quanta gente si può dire che sappia realmente l’inglese in Italia, e soprattutto chi lo conosce va a leggersi di propria volontà i giornali esteri?

Ho persino letto alcuni giorni fa un articolo su Bebbe Grillo, invitato dall’università di Oxford (come Harry Potter!), a tenere una lezione: escludendo la grande “gentilezza” dell’ambasciata italiana dimostrata nell’avvertire Oxford del grave errore che stavano compiendo nel contattare questo “mostro anti-politico”, venivano riportate alcune frasi del noto comico; in esse, per esempio, affermava come gli italiani all’estero si sentano ormai degli esiliati poiché, inseriti nella società nella quale vivono, sono sicuri di non volere più tornare nella propria patria a causa del sistema di corruzioni varie e tangentopoli endemiche (che noi supinamente accettiamo sicuri che “all’estero non sia poi così rose e fiori come sembra”).

Così la diretta conseguenza è l’aberrazione del sistema mentale risucchiato dalla cronaca spicciola che in un non-sense di frasi sconnesse (stile salotti televisivi) osa propugnare la tesi di quanto sia importante la cultura da cui discendiamo (come se fosse inscritta nel nostro patrimonio genetico e l’apprendessimo per osmosi).

Mi sa che devo trasferirmi oltreoceano se voglio sopravvivere…


venerdì 18 settembre 2009

Devianze omicide




L'ultimo post che avevo scritto qualche giorno fa era dedicato allo studio della religione nelle scuole. Oggi mi ridedico all'argomento ma da un profilo diverso.

Come un po' tutti avranno appreso dai telegiornali in Friuli Venezia Giulia una ragazza diciottenne, d'origine musulmana, è stata uccisa dal proprio padre. Il procuratore di Pordedone addetto alle indagini ha ipotizzato, tenendo conto anche delle dichiarazioni degli amici della coppia, che alla base di tale delitto vi sia un movente religioso, oltre che di differenza d'età, causato dalla relazione che la giovane intratteneva con un trentunenne cattolico (rimasto ferito nel tentativo di salvarla dalla furia paterna).
Non è il primo caso, e sicuramente non sarà nemmeno l'ultimo, in cui la religione diventa un movente attendibile per un omicidio.
In particolare la religione musulmana, attualmente, è la prima a risentire di questa "esagerata fervenza" dei suoi accoliti: infarciti come tacchini di informazioni plasmate da alcuni gruppi religiosi in funzione del tipo di società che vogliono costituire, incapaci di comprendere che tali dati forniti loro sono completamente avulsi e assenti nel loro testo sacro, vale a dire il Corano.
Il problema che dovremmo comprendere è che i musulmani quanto i cattolici spesso non conoscono la propria religione in maniera chiara e vengono accecati da interpretazioni fuorvianti.
Tutto questo, comprendendo anche la tendenza tutta italiana di mancata accettazione di una cultura diversa dalla propria, va ad alimentare una tipologia di razzismo e d'isteria collettiva piuttosto preoccupante tesa ad "attaccare" indistintamente chiunque sia perché giudicato musulmano, e quindi fondamentalista, a priori.
Basti pensare alla differenza con cui i media e la gente, in genere, giudicano un delitto a seconda della religione e dello stato di appartenenza di un individuo: se questo è di cultura musulmana l'accaduto viene visto come indissolubilmente legato alla religione islamica, al contrario, se lo stesso fatto viene commesso da un italiano tendenzialmente risulta esaminato a prescindere dalla fede religiosa, imputandolo come una persona clinicamente deviata o malata, senza collegarne l'operato criminoso con i dettami del libro biblico del Levitico o simili.

venerdì 11 settembre 2009

Né esoterico né essoterico: l'ora di religione, apologia della mediocrità


Gironzolavo nel web e, guarda caso, sull'ansa ho trovato una delle ultime uscite della Gelmini sull'insegnamento della religione cattolica fatta ad un emittente radio stamattina.
Il ministro dell'istruzione, più amato di sempre dagli studenti (che probabilmente volentieri la manderebbero a lavorare a tempo pieno in un fast-food),  ha avuto modo di ribadire come per lei sia vitale l'insegnamento di una materia così importante come la nostra religione.
Riporto in sintesi alcune sue frasi (composizioni abbandonate alla legge dell'inerzia), giusto per rendere l'idea:

1. "Farla diventare un'ora in cui si insegnano altre religioni in maniera paritetica non è corretto".
2. "Questo - ha aggiunto il ministro - non avviene nei paesi musulmani, non capisco perché noi dovremmo rinunciare a quello che non è solo religione, ma è qualcosa che ha condizionato fortemente la nostra cultura", (e ne siamo anche sazi).
3. "perché nel nostro paese la religione cattolica non può essere paragonata alle altre religioni. Ha una valenza maggiore, è praticata dalla stragrande maggioranza della popolazione e ha un passato attualissimo. Non la si può mettere sullo stesso piano delle altre religioni, che vanno comunque rispettate",  (praticata, dipende da cosa intendiamo con questo termine: vuol dire curare le piantine dell'orto, fare il quadro svedese o ermeneutica biblica? ).

Attualmente l'ora di religione per quando ho potuto vedere, assistere e sapere da altre fonti (cioè studenti che tutt'ora vanno a scuola e seguono la suddetta lezione) si limita ad un tempo completamente abbandonato al caso sulla disquisizione di cosa significa essere adolescenti secondo gli stereotipi tipici (per es. "se sei adolescente allora è giusto che tu stia in gruppo, che litighi con mamma e papà, che stai sul muretto a grattarti tutto il giorno, che i tuoi problemi sembrano insormontabili ma in realtà non lo sono,  e che vai in discoteca, manuale delle giovani marmotte docet), o tematiche simili che nella migliore delle ipotesi sfiorano argomenti religiosi o sfociano in educazione civica e sentimentale, spesso monologhi dei professori che raccontano la loro giornata. Non si parla più di religione che sia cattolica o meno ma di semplici banalità legate alla vita quotidiana (umano, troppo umano).
Ora mi chiedo, perché la Gelmini ha usato, sapientemente, la religione musulmana, e solo questa, come termine di paragone con quella cristiana? Forse che nella sua estesissima conoscenza della filosofia esistono solo queste due e le altre decadono nei filamenti delle ragnatele in soffitta? Quante considera religioni - e la new age ed i nuovi culti (compresi quelli fai da te, ibridazioni, melting pot)? Perché tanto accanimento?
La religione cattolica, è vero, "ha fortemente condizionato la nostra cultura" ma in passato, non attualmente (basta guardarsi attorno per notarlo: da quando in qua vengono applicati gli insegnamenti religiosi nella vita di tutti i giorni?) ed in che modo? Qui nascerebbe un articolo nell'articolo quindi eviterò di parlarne in questa sede e lo farò, magari, in un altro post, Intanto lascio a chi mi legge la ricerca di una risposta.
Perché bisognerebbe discriminare studenti, che per scelte personali o della famiglia, decidono di avvalersi del diritto di non frequentare l'ora di religione, sottraendo loro la possibilità di acquisire crediti formativi eventuali o di beneficiare, in scrutinio finale, della valutazione e della media voti elaborata dall'insegnante di religione?
Forse una soluzione verrebbe proprio in quello che la Gelmini esclude e cioè nell'insegnamento paritetico delle varie correnti religiose (effettuato da professori competenti in materia e con un iter formativo adeguato) presentate più come una filosofia che come una credenza fine a se stessa ed incomprensibile se non in presenza di fede. Quanto sarebbe interessante, per esempio, parlare non solo della nostra religione ma anche di quelle orientali, trovandone le differenze e le analogie, portando a comprendere come tutte le religioni siano in qualche modo legate.
Inoltre, perché nei licei classici, per esempio, in cui sono presenti materie che si prestano ad affrontare in lingua e nel dettaglio l'ambito culturale precristiano, cattolico e cristiano in generale, sempre più spesso questo periodo viene, nel migliore dei casi, sottovalutato o sfiorato e, generalmente, trascurato? E' assurdo ed insensato che proprio in un indirizzo di studi che fornisce gli strumenti e le premesse per affrontare culturalmente e specificatamente l'origine greco-romana della religione cristiana ed i suoi sviluppi, non venga alimentato e coltivato un percorso formativo che inviti lo studente ad approfondire tali tematiche.
Bisognerebbe, quindi, finirla d'impostare ed imporre il corso di religione come un insieme di dogmi e di verità di fede, prediligendo, al contrario, un insegnamento che verta sulla storia comparativa dei movimenti religiosi intesi come sistemi culturali ed etici, intrisi di ideali e prospettive di educazione alla civiltà.