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giovedì 10 febbraio 2011

Cronaca dal Mondo dei Vivi

Ieri è stata indetta la giornata nazionale dedicata agli stati vegetativi, considerati dall'esecutivo una forma di disabilità. È stata scelta, paradossalmente, come data il 9 febbraio poiché essa coincide con la morte di Eluana: deceduta due anni fa, dopo diciassette anni di stato vegetativo, in seguito all'interruzione dell'alimentazione ed idratazione artificiali richieste dal padre che si è battuto contro ciò che riteneva un “accanimento terapeutico”.

Logicamente, e condivido l'affermazione, il padre di Eluana ha commentato così la manifestazione: inopportuna ma soprattutto indelicata" per me, aggiunge: “il 9 febbraio sarà la giornata del silenzio".

Tante persone hanno speculato e parlato di questo caso e della mancanza o meno di morale ed umanità che si trova dietro alla decisione di rendere l'eutanasia legale ma creare una giornata come questa in nome di una ragazza che, non dimentichiamolo, aveva manifestato la sua riluttanza a rimanere in vita in uno stato del genere prima del fatale incidente: coloro che parlano, però, di questa manifestazione sembrano averlo dimenticato.

Il sottosegretario Eugenia Rocella, infatti, commenta in questo modo: a tutti noi l’anniversario della morte di Eluana Englaro, una ragazza affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta per decisione della magistratura”.

Al di là di tutte queste “lotte politiche” riguardo l'argomento in questione e, soprattutto, la volontà da parte di alcuni, di rendere la figura di Eluana una sottospecie di vittima o, peggio ancora, martire e di parlare a nome suo sebbene non abbiano mai avuto modo di conoscerla personalmente (cosa che trovo inutile e pretenziosa), il mio interesse si focalizza sulla grande questione del “Testamento Biologico”.

Per quanto riguarda lo stato italiano è molto difficile pensare che la religione, il governo attuale e, diciamolo, i benpensati che affliggono la nostra società rendano possibile il “Testamento Biologico” a causa di qualche paura atavica che rende loro alquanto incomprensibile dare facoltà e libertà di scelta a tutti. Il testamento, infatti, sarebbe semplicemente una volontà, manifestata anticipatamente (cioè in visione di un possibile futuro in stato vegetativo) dal paziente.

Prendendo un caso lasciato maggiormente in sordina ma in cui la protagonista aveva effettivamente lasciato uno scritto in cui le sue volontà erano state chiaramente manifestate: Anna Busato, in seguito ad aneurisma si trovava in stato vegetativo e, in seguito ad un appello fatto dal marito in Italia, il consorte ha deciso di portarla direttamente in Olanda dove, dopo tre mesi di attesa, hanno deciso di rispettare il “Testamento Biologico” lasciandola morire (un articolo maggiormente informativo sulla questione si trova su: http://www.lucacoscioni.it/rassegnastampa/da-venezia-all-olanda-morire-come-eluana).

A questo proposito rimando alla legge olandese 194, in vigore dal 2001, consultabile tramite il link: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis/2006/03/che_cosa_dice_l.html

In cui, leggendo attentamente, viene sottolineato come l'eutanasia non venga “somministrata” senza coscienza ma seguendo precise direttive quali:

"1. I requisiti di accuratezza, indicati nell'articolo 293, secondo comma, del Codice Penale, prevedono che il medico:
a. abbia la convinzione che si sia trattato di una richiesta libera e ben meditata del paziente,
b. abbia la convinzione che si sia trattato di una sofferenza ineludibile e insopportabile del paziente,
c. abbia informato il paziente della situazione in cui egli si trovava e delle sue prospettive,
d. con il paziente sia giunto alla convinzione che per la situazione in cui egli si trovava non vi fosse altra soluzione ragionevole,
e. si sia consultato con almeno un altro medico indipendente, il quale abbia visto il paziente e abbia dato per iscritto il suo giudizio sui requisiti di accuratezza indicati nei punti a-d, e
f. abbia praticato l'eutanasia o l'assistenza al suicidio con accuratezza medica.

2. Se il paziente di sedici anni o più non è più in grado di esprimere la sua volontà, ma prima di cadere in tale condizione era stato giudicato in grado di fornire una ragionevole valutazione dei suoi interessi e aveva rilasciato una dichiarazione scritta contenente una richiesta di eutanasia, allora il medico può dare seguito a questa richiesta. I requisiti di accuratezza, indicati nel primo comma, sono applicabili in conformità.

3. Se il paziente minorenne ha un'età compresa tra i sedici e diciott'anni ed può essere ritenuto in grado di fornire una valutazione ragionevole dei suoi interessi, il medico può dare seguito alla richiesta del paziente di eutanasia o di assistenza al suicidio, dopo avere coinvolto il genitore o i genitori che esercita o esercitano la patria potestà su di lui, oppure il suo tutore, prima di prendere una decisione.

4. Se il paziente minorenne ha un'età compresa tra i dodici e i sedici anni e può essere ritenuto in grado di fornire una valutazione ragionevole dei suoi interessi, il medico - se il genitore o i genitori che esercita o esercitano la patria potestà su di lui, oppure il suo tutore, possono essere d'accordo con l'eutanasia o con l'assistenza al suicidio - può dare seguito alla richiesta del paziente. Il secondo comma è applicabile in conformità.
"


Concludo, quindi, chiedendomi quale sia il timore di dare la possibilità alle persone di scegliere se continuare a vivere in stato vegetativo oppure morire. È una decisione personale di cui non vedo alcuna minaccia verso altri se non i famigliari che, spesso, egoisticamente (ma comprensibilmente) continuano a pensare che il risveglio dei propri cari sia possibile: il “Testamento Biologico” toglierebbe loro ogni speranza.

lunedì 7 febbraio 2011

Le Peripezie del Kilogrammo

Ieri degli studenti del Belgio sono stati rimossi da un volo Ryanair in partenza dalle Isole Canarie poiché difficilmente contenibili per lo staff e, ovviamente, per la sicurezza. Il motivo di questo disordine era legato alle regole della compagnia che richiede una certa grandezza (55 x 40 x 20cm) e un certo peso (max. 10 Kg.) per quanto riguarda il bagaglio a mano ma non tutti i passeggeri sono disponibili a seguirle (cliccando questo indirizzo potete trovare l'articolo riguardante l'accaduto: http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-12378558).

Logicamente, ci sono due possibilità nel caso in cui il bagaglio non risponda alle richieste del contratto: lasciare alcune cose a terra oppure, semplicemente, pagare 15 euro in più per caricarlo nella stiva.

Non trascuriamo, inoltre, che si decide di partire due mesi prima c'è la possibilità di comprare biglietti aerei ad un prezzo molto basso: al di sotto dei 20 euro, spesso dei 10 euro, con spese aeroportuali e bagaglio a mano inclusi ma, logicamente valigia esclusa (per la quale sono richiesti 15 euro da aggiungere). In ogni caso se calcoliamo quanto spenderemmo in altre condizioni: prendendo un treno oppure in auto, la spesa è alquanto contenuta e l'ora di effettivo viaggio è più che dimezzata.

Tutti coloro che decidono di prendere il volo con Ryanair sono a perfetta conoscenza delle regole imposte dalla compagnia (scritte nero su bianco in tutti i biglietti e ribaditi dal personale più volte) eppure è alquanto frequente trovare gente nel bel mezzo dell'aeroporto che piange chiedendosi: “Cosa devo buttare, ora?” e tirar fuori una bottiglia di Vodka aggiungendo: “Questa posso lasciarla qui”.

Il problema tendenzialmente è legato a persone che, in seguito ad una vacanza, si comprano e si portano dietro mezzo mondo nella propria valigia: spesso souvenir e cose inutili. Un'amica, quando è venuta a sapere che avevo preso un biglietto con Ryanair mi ha detto di fare molta attenzione perché lei era stata costretta a pagare la sovrattassa per il bagaglio e che non avrebbe mai più deciso di viaggiare con tale compagnia proprio a causa di questo inconveniente preferendo pagare di più il biglietto a monte.

Ho fatto un viaggio di recente e, personalmente, nel mio bagaglio si trovavano una macchina fotografica reflex (quindi nemmeno piccola), tre libri particolarmente pesanti, penne, una felpa ed i documenti: il peso complessivo risultava essere molto al di sotto dei 10 Kg. consentiti. Logicamente, stando due settimane all'estero, mi sono portata anche una valigia, che raggiungeva 14 Kg. e che ho fatto caricare in stiva, all'interno della quale c'erano anche liquidi (non consentiti se non minori di 10ml. all'interno del bagaglio a mano). Nel ritorno non ho avuto alcun problema perché non ho aggiunto nulla in valigia per cui il peso complessivo era lo stesso dell'andata.

Durante il viaggio di andata non ho assistito a nessun grande dramma ma al ritorno, da Londra, tutti i passeggeri del mio volo hanno perso un'ora in coda per salire sull'aereo a causa del primo passeggero in fila che, inveendo in italiano verso il personale Ryanair, si rifiutava di pagare quindici euro in più. Lo staff, tranquillamente, ha chiesto all'uomo di provare a infilare il proprio bagaglio all'interno di una scatola grande quanto le regole imposte per dimostrargli l'invalidità delle sue ragioni ma il passeggero continuava ad agitarsi dicendo che non aveva mai avuto problemi di questo genere prima d'allora e che, già, aveva pagato quindici euro in più per un altro bagaglio. Alla fine, nel rischio di essere espulso dal volo, ha finalmente deciso di pagare la sovrattassa.

Gli altri passeggeri italiani in fila guardavano con preoccupazione il personale dell'aeroporto perché evidentemente consapevoli che i loro stessi bagagli erano troppo grandi mentre gli inglesi rilassatamente ridacchiavano, abituati a non trasgredire le regole: in Italia, e forse anche in altri Paesi, siamo abituati che, se possono, le autorità chiudono un occhio lasciandoti passare e, di conseguenza ci aspettiamo di riuscire a cavarcela in qualche modo in Inghilterra, ho notato, le persone seguono semplicemente le regole, non contano sulla bontà dell'autorità: semplicemente per loro è normale, nel rispetto di una convivenza civile, cercare di essere corretti nel proprio comportamento.

domenica 26 dicembre 2010

Vizi privati, pubbliche virtù


Collegio universitario Santa Dorotea
via Irnerio, 30 - Bologna
Scatto coperto da Copyright: Anakuklosis

È quasi il 2011 ed in Italia esiste ancora il mito della famiglia: molti hanno cercato di distruggerlo ma esso continua a persistere irridendo i pochi miscredenti che si battono affinché una realtà che non vuole essere accettata venga a galla.

Apro le notizie sul sito www.ansa.it proprio in questo momento, scorro la pagina e leggo: «“Sono riuscito ad uccidere mia figlia?” Arrestato dopo averla accoltellata» pare sia accaduto a causa della relazione che la ragazza aveva intrapreso con un uomo sposato.
Di storie del genere se ne trova almeno una al giorno pubblicata nelle news, spesso nemmeno raccontata al telegiornale, ed ormai nessuno più le ascolta: cadono nel dimenticatoio di un'immagine collettiva nella quale si pensa sia solamente un'eccezione alla regola della buona famiglia borghese.

Ho iniziato a pensare di scrivere un articolo dedicato a questo argomento perché poco tempo fa, parlando con una studentessa universitaria di Scienze della Formazione, si era imbastito un dialogo che tristemente ho lasciato decadere vedendo l'impermeabilità della ragazza alle mie parole: lei sosteneva che la maggior parte di violenze perpetrate a danno dei bambini avvengono per mano di persone estranee, io, al contrario, ho semplicemente ribadito la grossa responsabilità che viene attribuita alle famiglie oppure agli amici, in ogni caso persone vicine e conosciute.

Mi è stato risposto di andare in qualche associazione di recupero dedicata a casi di violenza e che avevo assolutamente torto, così il discorso è decaduto: troppo da spiegare, troppa chiusura da parte del mio interlocutore e mancanza di propensione, da parte mia, a perdere del tempo a mostrare dati e ricerche inerenti la questione.
Basta andare su google e digitare “violenze in famiglia” per trovare per esempio un articolo dedicato alla giornata contro le stesse (istituita il 29 gennaio 2010) in cui viene scritto (cito testualmente):

Secondo un'indagine dell'Associazione matrimonialisti italiani, il 70% degli stupri avviene tra le mura di casa, e solo il 6% è opera di estranei. Soltanto il 18% delle vittime considera un reato la violenza in famiglia, fisica o psicologica”.
Mettendo da parte la non troppo affidabile valenza delle percentuali a causa di risapute motivazioni (molte violenze non vengono denunciate) è alquanto sconvolgente come sia evidente che le mura di casa risultano le più pericolose ma noi non vogliamo ammetterlo.

Come mai cerchiamo di sotterrare nel nostro inconscio questa verità? La famiglia in Italia, come ho già detto, è intoccabile. Potremmo dare la colpa di tutto questo al perbenismo di un certo tipo di Chiesa e a quanto essa sia radicata nella nostra cultura media ma, al giorno d'oggi, non credo sia una giustificazione sufficiente. Ho il dubbio che il perché di tutto ciò risieda in quel 18% di vittime che non considera questo tipo di violenza un reato: un sottile filo divide la consapevolezza di ciò che accade dal timore di ammettere l'evidenza. Abbiamo tutti paura di pensare che la possibilità di essere feriti sia talmente vicina a noi da poterla toccare: ne siamo talmente attoniti che, spesso, mentiamo essendo più facile incolpare un estraneo che, quindi, non conosciamo per il male che ci circonda.

Come ammettere sia con noi stessi che con gli altri che qualcuno a cui vogliamo bene commette su di noi un certo tipo di violenza? Come smettere di pensare che sia colpa nostra ciò che sta accadendo, che siamo noi a cercare i guai?
Non è di certo facile: la violenza in famiglia è uno degli argomenti più delicati di cui ci si può occupare e tentare di aiutare le vittime lo è ancora di più.

Penso, però, che una possibile soluzione si possa trovare nel cambiamento di atteggiamento che dovremmo avere tutti nei confronti di queste situazioni. Una maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica ed un tentativo maggiore di far comprendere sia la gravità sia la portata di tali situazioni aiuterebbe anche le vittime a farsi avanti più facilmente ed a lasciarsi aiutare: superato l'ostacolo dell'idea di nucleo famigliare intoccabile e sacro risulterebbe più semplice denunciare violenze sia fisiche che psicologiche oppure notarle più facilmente così da poter aiutare la persona, che magari è nostra amica, a trovare una soluzione o ad ammettere il problema.

Apriamo un po' gli occhi e guardiamoci attorno invece che lamentarci di quanto siamo soli, di quanto la società se ne lavi le mani e incolpare, magari, gente estranea puntando sull'atavica paura de “l'uomo nero” o, per usare altri termini, di ciò che non si conosce.

mercoledì 22 dicembre 2010

Manovre di (di)Istruzione


Come avevo accennato nel post precedente ho pensato di cercare di fare un po' di luce nel marasma dell'incomprensione creata dalla Riforma Gelmini, oramai divenuta realtà dopo la riconferma del Governo Berlusconi.

Manovre di (di)Istruzione
via Zamboni, 38 - Bologna
dicembre 2010
Scatto e Copyright di Anakuklosis
Molti ragazzi che frequentano normalmente l'università poco hanno capito dei disordini: ciò che ritengono più importante è poter andare a lezione senza dover cambiare sede poiché il dipartimento è occupato. Personalmente, non faccio parte della fascia di persone che manifesta la propria indignazione poiché mi manca tempo materiale per aderire ma comprendo quanto ci sia, in ogni caso, bisogno di gente (anche quei non frequentanti “delinquenti” criticati da Berlusconi) che si batta per i propri ed altrui diritti.

Il punto più importante e che maggiormente ha influenzato i disordini è la modalità di scelta inerente la qualità delle università in base al quale viene presa la decisione se dargli o meno degli incentivi. Quest'anno, infatti, secondo la lista annuale stilata dalla “QS TopUniversities” (visitabile all'indirizzo:http://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2010/results) prima in classifica è Cambridge, seguita a ruota da Harvard e Yale, mentre le università italiane si trovano agli ultimi posti: prima tra tutte Bologna al numero 176 (http://www.topuniversities.com/university/61/university-of-bologna). Questo tipo di controllo qualità si basa su vari punti che vengono sottolineati anche all'interno della Riforma pensata dalla Gelmini andando a mettere in pericolo il lavoro stesso dei ricercatori. All'estero, infatti, il sistema universitario è costruito in modo differente da quello italiano, basandosi maggiormente su meritocrazia, collaborazione e, allo stesso tempo, competizione. Il problema basilare, di conseguenza, è il tentativo di trasformare solamente all'apparenza l'università italiana lasciando scoperti alcuni punti che, invece, all'estero vengono tenuti in considerazione creando, così, una sottospecie di ibrido mal funzionante. Non è da dimenticare, inoltre, che le università estere non sono pubbliche ma private per cui il costo delle tasse scolastiche è maggiore rispetto a quello da noi sostenuto e godono di più autonomia rispetto al sistema economico e politico del loro governo. 

In Italia i nostri ricercatori rischiano ogni giorno di perdere il loro posto di lavoro per mancanza di fondi mentre all'estero, che noi vogliamo copiare alla “bene e peggio”, vengono pagati meglio e sono maggiormente tutelati. Con la nuova riforma, pare, questa precarietà sia ancora più immanente e questo, per ovvi motivi, ha spinto i nostri ricercatori, e non solo, a manifestare.

Ciò che più mi preoccupa, personalmente, però è la democrazia dimostrata dal nostro attuale Governo nel fronteggiare gli scioperi e le manifestazioni indette: uno Stato maturo avrebbe dovuto tener conto del disgusto e del disappunto creato nella popolazione tentando di trovare un accordo oppure rinunciando a portare a termine a tutti i costi una Riforma così poco amata. Inoltre, l'Italia dimentica sempre quanto la ricerca e la cultura siano importanti per i fini economici dando la precedenza, invece, all'imprenditoria creando persino all'interno del sistema universitario nozionismo anziché reale cultura basata su uno studio che prediliga la formazione della persona sia a livello umano che di preparazione nell'affrontare problemi e concetti ardui da districare ma di queste lacune ne ho già parlato in passato.

Possiamo, infatti, riformare le regole quanto vogliamo ma se dobbiamo far girare l'economia universitaria come un meccanismo imprenditoriale allora abbiamo bisogno d'avere un numero di iscritti e laureati molto alto per riuscire a percepire gli incentivi statali.

Dal mio punto di vista, inoltre, se gli studenti dovranno essere i primi a giudicare l'andamento dei professori e, di conseguenza, a deciderne in parte il futuro, il sistema stesso crollerà su se stesso. I ragazzi, infatti, guardano poco la validità dell'insegnante quanto la facilità degli esami: basti pensare al famoso passaparola attraverso il quale la maggior parte di persone sceglie i corsi cosiddetti “più facili” lasciando decadere quelli che, invece, per pochi sono interessanti.

Ci lamentiamo che i nostri laureati non sono preparati ma il problema non è solo insito nell'organizzazione universitaria bensì anche nelle scelte degli stessi studenti che, dando maggiore importanza al “pezzo di carta” e credendo che solo questo basti, tentano di semplificare il proprio percorso non rendendosi conto delle difficoltà future.

Sono una studentessa anch'io che critica i propri coetanei, li osserva e li vede a loro volta criticare gli altri senza rendersi conto che, oramai, siamo noi stessi ad aiutare questa malattia che affligge l'università nel suo cammino. I pochi che vedono una soluzione guardano oltre i confini italiani, scelgono di andarsene e di non tornare; gli altri restano, alcuni di loro combattono per cambiare ma, alla fine si vedono costretti ad uniformarsi ed adattarsi, oppure farsi mantenere. 

mercoledì 1 dicembre 2010

Cronaca di una morte annunciata


Sono passati alcuni mesi dall'ultimo post che ho scritto ed ora, tra il caos creato dalla nuova Riforma universitaria, mi rimetto davanti ad un virtuale foglio bianco.

Probabilmente il prossimo articolo lo dedicherò proprio all'argomento sopraccitato nel tentativo di chiarire quali cambiamenti avverranno se anche il Senato varerà la nuova legge.

Oggi, scrivo riguardo alla pena di morte: un argomento piuttosto delicato e controverso che tenterò di toccare in maniera più oggettiva possibile lasciando scegliere al lettore da che parte stare.

In Via Zamboni a Bologna, oltre ad essere stata occupata nuovamente la Facoltà di Filosofia, è stata organizzata,  per domani alle 17.00, una protesta contro la Pena di Morte improntata sulla figura di Billy Moore, ospite  d'eccezione dell'incontro.

Per chi non avesse idea di chi sia quest'uomo brevemente riassumo la sua storia: implicato nella rapina di una casa ha ucciso, anni fa e senza premeditazione, l'anziano signore che ci abitava e si trovava all'interno al momento del fatto. È rimasto nel braccio della morte per anni, condannato alla sedia elettrica, per poi essere fortunatamente scagionato. Nel corso del tempo trascorso in carcere ha tentato di redimersi in più modi cercando di partecipare, soprattutto, alle attività della comunità.

La sua figura, ora, viene utilizzata come emblema dell'uomo che può redimersi, capendo i propri errori, pentendosene e ricreandosi una nuova vita.

Perché, quindi, essere contrari alla pena di morte? Una possibile risposta è già stata data: la fiducia ottimistica che il carcerato si redima senza, però, tenere conto delle varie e singole situazioni. Non sempre, infatti, questo è possibile: esistono alcuni casi recidivi che non sono in grado di comprendere dentro di sé che cosa sia la morale, o meglio ne hanno creata una propria nella quale la vita altrui non ha alcun senso se non quella di sottostare al loro sadico piacere.

Quello che tendo di spiegare è come ogni caso sia, a suo modo, singolare e debba venir studiato come a sé stante: non si possono prendere le stesse decisioni radicali per tutti sia per una fallibilità umana (potrebbe non essere colpevole del crimine oppure averlo commesso senza intenzionalità) sia perché c'è la possibilità che con un certo tipo di percorso di recupero il carcerato possa redimersi sia perché lo stesso potrebbe, una volta uscito di prigione, ricommettere lo stesso errore reiterandolo.

Dare l'ergastolo a vita, od obbligarli ai lavori forzati, sarebbe una soluzione migliore della pena di morte? Pongo questa domanda per il semplice motivo che, a questo punto, bisogna trovare un'altra soluzione: parlare semplicemente contro un sistema che si ritiene sbagliato senza pensare ad una possibile soluzione al problema risulta inutile e pretenzioso.

Nel caso, oltretutto, dell'ergastolo nascerebbe anche un discorso, che eviterò, legato all'economia ed ai soldi da investire per il mantenimento dei carcerati, già giudicato esoso in Italia.

Inoltre, c'è un'idea da cui non riesco a liberarmi: la vita è sacra, ma la libertà dell'individuo all'interno della società, la tranquillità di sentirsi al sicuro, sono degli optional? Come ci sentiremmo se nostro figlio o nostra figlia subissero una violenza? Istintivamente, cercheremmo una vendetta personale che, giustamente, sia il diritto sia la nostra coscienza non tollerano.

Lo stato, quindi, si prende l'onere di decidere riguardo questo condannato: cosa farne di lui? Personalmente opterei per una riabilitazione seria coadiuvata da un equipe di psicologi competenti ed in grado di occuparsi dei vari e possibili casi, cioè ognuno specializzato e preparato ad affrontare una determinata problematica del carcerato nel tentativo di risolverla (sia chiaro, risolvere inteso come superamento della stessa e non, come spesso accade, auto-convincimento della propria guarigione). Torniamo, però, al problema economico: chi dovrebbe mantenere questi medici? Si potrebbe creare una forza-lavoro con i prigionieri che dia la possibilità di creare soldi per poter mantenere le proprie cure. Così, infine, coloro in grado di superare il proprio disagio possono essere reinseriti, con attenzione, nella società... ma cosa succede ai recidivi oppure a coloro che hanno mentito ingraziandosi le simpatie dei dottori?

Il sistema per quanto possa sembrare ai nostri occhi perfetto presenterà sempre delle falle: l'importante è tentare di trovare una soluzione, non lasciarsi trascinare o manifestare senza creare delle idee per migliorare la situazione attuale: questo non vale solo per questo specifico discorso ma, in un certo senso, è uno dei tanti modi di affrontare la vita.

sabato 22 maggio 2010

Spasimi di una giornata differente: aiutare la città ad aiutare i disabili


Sono andata in giro per Bologna con un amico che, purtroppo, è sulla sedia a rotelle (non quelle super tecnologiche che costano una mazzata di soldi e puoi muovere con un dito ma una da spingere a mano): è stato un incubo e mi è stato persino detto che Milano è peggio. Le strade sono piene di buche, o fatte in porfido o con piastrellacce rovinate e molti marciapiedi con scalini o dislivelli. Molti negozi sembra abbiano scritto “Io non posso entrare” come i cartelli per i cani a causa di scalini troppo alti. Bagni, ovviamente, non a norma, dei ristoranti corollano amorevolmente il tutto aprendo la strada ad uno dei miei discorsi preferiti: criticare Trenitalia chiedendomi, nel frattempo, dove siano finite tutte quelle belle leggi che dovrebbero obbligare gli esercenti a creare strutture adeguate che non tolgano la libertà a persone con problemi (dopotutto quanto costa fare uno scivolo al posto degli scalini? Alla fine chi cammina con le proprie gambe non ha problemi a camminare su una superficie diversa; oppure a mettere una pedana, anche non fissa da quattro soldi?).

Alla stazione di Bologna ho scoperto un nuovo punto dove non ero mai stata, non avendone mai avuto bisogno: il punto per persone diversamente abili che, praticamente, si trova isolato da tutte le altre biglietterie ed è una sottospecie di ufficio. Vai lì, ti fai fare il biglietto, te lo fai stampare in un altro ufficio, torni di nuovo nel primo posto in cui sei andato ed aspetti che qualcuno ti venga a prendere, poi vai all’ascensore, ti fai un lungo corridoio, riprendi l’ascensore e ti trovi nel binario prescelto per il tuo treno. Ora la parte divertente: ti caricano su un muletto sollevatore, identico a quelli utilizzati nel settore industriale, e ti fanno salire sul treno. 

Come molti sapranno esistono alcuni regionali, nuovi, a due piani che non hanno questo problema dei maledetti scalini (che, in realtà, sono pericolosi anche per noi che ci teniamo in piedi su due gambe: quante volte è capitato di inciamparci o comunque di salire/scendere terrorizzati di farci male con le proprie valige in mano?)… perlomeno così eviterebbero ai malcapitati la trafila al punto disabili, il dover arrivare mezz’ora prima della partenza del treno per fare tutte le carte ed essere caricati come delle casse.

Questo, però, non è tutto: come molto spesso abbiamo appreso anche da alcuni servizi della televisione lanciati da “Striscia la Notizia” in Italia troviamo strutture nuove, mai utilizzate, chiuse o senza addetti oppure aperte e senza corrente elettrica, senza contare tutti i fondi stanziati dallo stato e mai andati a buon fine, spesso re-indirizzati ed investiti in tutt’altro.

A noi, che non abbiamo problemi motori, più di tanto non interessa ma non ho mai digerito quando le persone in qualche modo tolgono la libertà ad altri: non dare la possibilità, ai diversamente abili, di accedere a tutte le strutture a cui, invece, noi accediamo facilmente toglie loro un’indipendenza che molto spesso vorrebbero acquisire e che siamo proprio noi a non dargli (questo discorso varrebbe, in un senso ribaltato, anche per coloro che tendono a fare il contrario, cioè a viziare qualcuno credendo di aiutarlo: anche questo sarebbe da analizzare in un discorso a parte).

Forse sono troppo critica, forse lo sono troppo poco: non è questo che dovremmo discutere o giudicare ma solo prendere atto del contenuto di questo articolo e pensare a come sarebbe semplice migliorare, almeno un tantino, la situazione in Italia.

mercoledì 14 aprile 2010

L'istinto dimenticato


Sono cresciuta in un paesino di campagna dove il contatto con gli animali è qualcosa di naturale, ho imparato ad amarli grazie ad un padre appassionato.

Da grande ho avuto cani e gatti ma l’animale che più mi ha colpito e con cui sono cresciuta è il cavallo. Avevo solo pochi mesi quando mio padre mi mise in groppa alla sua puledra facendomi una foto. Non sono però i vecchi ricordi d’infanzia di cui voglio parlare, ma di uno degli animali che personalmente ritengo più “umani” sebbene a tutt’oggi molti dicano che siano “stupidi”.

I cavalli hanno una memoria molto sviluppata: se il padrone gli fa fare due volte la stessa strada fermandosi negli stessi punti, il cavallo ricorderà il percorso e le fermate senza che l’uomo glielo ricordi. Questo fattore, a volte, convince le persone della stupidità di questo animale. 

Tendenzialmente, anche se piano piano questa idea sta cambiando, viene insegnato ai giovani cavallerizzi a dominare il cavallo e non, al contrario, a giocare con lui instaurando un rapporto di scambio reciproco, imparando a sentirlo ed a percepirne i cambiamenti d’umore. Probabilmente questo deriva, anche, da una paura della forza che un animale così grande può sprigionare: nessuno può rimanere in sella ad un cavallo che non vuole essere domato a meno ché non usi una corda e ci si leghi.

Personalmente, ho cresciuto una puledrina di sei mesi: quando l’ho presa era terrorizzata, bastava toccarla con un dito per farla tremare come una foglia perché era stata divisa dalla mamma di colpo e troppo presto. Ogni qualvolta ci si avvicinava a lei, scappava, eppure c’era qualcosa che, se restavi lì immobile ad osservarla, le sussurravi parole per lei senza senso con voce calma, piano piano veniva accanto a te, piena di timore ma allo stesso tempo di curiosità e bisogno di contatto.

Era un cucciolo troppo cresciuto molto attento ed intelligente: evitava i pericoli da sola, guardava dove andava, era sempre concentrata ed in due mesi, in cui il mio unico lavoro è stato passare del tempo a contatto con lei accarezzandola e giocandoci, si è trasformata in un animale sicuro di sé ed affidabile. Aveva solo il disperato bisogno di fidarsi di qualcuno che non le facesse del male e non se ne andasse. 

Questo tipo di animali ha una sensibilità molto spiccata, probabilmente legata anche a quella parte primitiva ed istintuale che li faceva sopravvivere allo stato brado, e questo li rende i perfetti candidati per la “pet therapy“.

Questa terapia, riconosciuta ed appoggiata a livello internazionale, sostiene che (affiancata ovviamente dalle giuste cure mediche) la compagnia di un animale sia un aiuto rilevante per aiutare il paziente a superare il proprio problema sia a livello psicologico che fisico.

Il cavallo è uno degli animali in questo caso più utilizzato, proprio grazie alla sua stazza (può dare sicurezza imparare a chiedergli delle piccole cose come camminare o andare a destra/sinistra) ed alla sua sensibilità (se c’è, per esempio, una persona malata l’animale cambia subito atteggiamento nei suoi confronti, divenendo a volte anche molto più docile) sia come aiuto per persone con handicap sia, solamente, come mezzo attraverso il quale prendere sicurezza delle proprie capacità lasciando alle spalle blocchi psicologici vari, in altre parole, un compagno ideale nel percorso di guarigione e ripresa della coscienza del proprio corpo.

giovedì 25 febbraio 2010

I Titani della cultura classica e lo stagnamento lattiginoso dell'Italia in gelatina




Oggi mi è stato detto che tendo a disprezzare la cultura italiana inneggiando a quella estera e facendomi notare come, invece, abbiamo una diretta discendenza dal grande popolo romano.

Probabilmente quando mi esprimo posso dare l’idea, sbagliata, di questa “forma mentis” ma, in tutta sincerità, ciò che disprezzo è la società italiana attuale, non certamente l’antichità, tutt’altro.

La mia risposta a questo appunto fattomi, quindi, è stata: “Non ho nulla contro le culture antiche né latina né greca, che adoro, ma noi, in Italia, nemmeno le conosciamo adeguatamente mentre, molto spesso, all’estero se ne interessano in maniera più specifica e sono in grado di attingerne e attualizzarne gli insegnamenti inserendoli nella propria società. Vogliamo parlare, non lo so, per esempio di Seneca, Petronio o Cicerone o qualsiasi autore latino?”.

Attualmente il liceo classico è svillaneggiato e vilipeso perché giudicato ormai un ambiente in cui si studiano lingue defunte, o malate in modo terminale. Mi chiedo, allora, come mai, per esempio, Nietzsche o Heiddegger abbiano invece attinto dalla lingua e dalla cultura greca se è così tramortita come sembra a noi italiani. 

Forse che lo studio nei nostri licei si basa sull’apprendimento prettamente mnemonico della traduzione di versioni fatte in classe (o meglio palesemente copia-incollate da internet) e, in seguito, appiccicate nei compiti in classe senza delle spiegazioni relative al testo (vorrei dire esegesi o contestualizzazioni, ma sono terminologie sconosciute persino agli insegnanti)? 

È come se non comprendessimo quanto le culture antiche ci abbiano trasmesso e continuino ad insegnarci a vivere, e non mi meraviglio che questo punto sia totalmente incompreso dal popolo italico. 

Ho notato che dà molto fastidio sentirsi dire come il nostro paese, in quanto società (quanti eufemismi sto usando!), stia andando al macero e quanto all’estero questo sia visibilmente criticato: non vogliamo vedere dove stiamo finendo perché noi stessi siamo fatti di macerie ed ignoranza. 

Infarciti di televisione e sprazzi di cronaca italiana ci perdiamo quello che succede all’estero realmente (vedi: “La scomparsa dei fatti“, del magister Marco Travaglio) lo vediamo solo filtrato dai nostri notiziari, anche perché, tornando ad un vecchio discorso già da me toccato (autocitazionismo ipertrofico), quanta gente si può dire che sappia realmente l’inglese in Italia, e soprattutto chi lo conosce va a leggersi di propria volontà i giornali esteri?

Ho persino letto alcuni giorni fa un articolo su Bebbe Grillo, invitato dall’università di Oxford (come Harry Potter!), a tenere una lezione: escludendo la grande “gentilezza” dell’ambasciata italiana dimostrata nell’avvertire Oxford del grave errore che stavano compiendo nel contattare questo “mostro anti-politico”, venivano riportate alcune frasi del noto comico; in esse, per esempio, affermava come gli italiani all’estero si sentano ormai degli esiliati poiché, inseriti nella società nella quale vivono, sono sicuri di non volere più tornare nella propria patria a causa del sistema di corruzioni varie e tangentopoli endemiche (che noi supinamente accettiamo sicuri che “all’estero non sia poi così rose e fiori come sembra”).

Così la diretta conseguenza è l’aberrazione del sistema mentale risucchiato dalla cronaca spicciola che in un non-sense di frasi sconnesse (stile salotti televisivi) osa propugnare la tesi di quanto sia importante la cultura da cui discendiamo (come se fosse inscritta nel nostro patrimonio genetico e l’apprendessimo per osmosi).

Mi sa che devo trasferirmi oltreoceano se voglio sopravvivere…


mercoledì 10 febbraio 2010

"Fast food" english: disperazione della lingua inglese nel territorio italiano


Molto spesso mi ritrovo a criticare i miei coetanei, e non solo, per la mancanza di conoscenza, anche semplicemente basilare, della lingua inglese. Tutti sostengono quanto lo studio di questa materia sia importante per potersi confrontare con altre culture, ma nessuno, in realtà, si mette d’impegno per impararla, eppure sarebbe così semplice!

Tendenzialmente alcune persone mediamente acculturate sono convinte che le lingue straniere (anche l'inglese) siano più semplici da imparare se apprese durante l'infanzia, fase in cui i bambini sono molto ricettivi nei confronti di linguaggi, parole, accenti, etc. Tuttavia, senza scendere in queste ipotesi estreme, possiamo concludere che non sia affatto indispensabile questo iter per avere una cognizione accurata, per esempio, della lingua inglese.

Personalmente la prima volta che mi sono imbattuta nella lingua inglese è stata in prima superiore, perché purtroppo alle elementari e medie la scuola a cui ero iscritta offriva come lingua straniera solo il francese (che, oramai, ho completamente dimenticato). 

Inizialmente, al contrario di adesso, odiavo questa lingua anglosassone non per la sua essenza ma a causa del modo in cui veniva insegnata: sbattuta, letteralmente, in una classe dove i ragazzi già conoscevano le basi di questa nuova materia, mi sono ritrovata sperduta tra la grammatica base e la totale mancanza di lessico, obbligata a tentare, quasi inutilmente, di imparare a memoria alcune parole ricorrenti. Ero disperata. All’insegnante poco importava se una sola studentessa, in una classe di trenta persone, non riusciva a seguire, perché non capiva il meccanismo di costruzione delle frasi in inglese: il mio problema principale era la tendenza a complicare le frasi (cosa che faccio abitualmente in italiano) senza comprendere come, invece, l’inglese richiedesse, almeno inizialmente, una semplificazione maggiore nella costruzione dei periodi. Inoltre, il problema delle lezioni di questo genere è che l’insegnante tende comunque durante tutta l’ora a parlare in italiano e a leggere dal libro i dialoghi preparati, spesso con pessima pronuncia, e ad attenersi alle regole grammaticali fornite dal materiale didattico senza spiegazioni ulteriori.

L’anno seguente, poi, mi è capitata la fortuna di seguire delle lezioni di un professore americano di geografia inglese e tutto è iniziato a cambiare. Lui parlava solo ed esclusivamente nella sua lingua madre, sebbene conoscesse molto bene l’italiano, e, durante le spiegazioni, usava tutta l’immensa lavagna a sua disposizione riempiendola con dei disegni stilizzati di ciò che stava spiegando, abbinandoli alle parole corrispondenti: magicamente, ancora a digiuno totale d’inglese, dopo tre mesi iniziai a capirlo e a prendere appunti intuendo come si scrivevano alcune parole che non conoscevo. Così, grazie a lui, ho iniziato ad amare l’inglese e a capire quanto potesse, anche, essere divertente da imparare; mancava però ancora l’interazione, il dialogo: mi sentivo stupida a parlare in inglese e avevo una paura terribile di sbagliare qualcosa. Ho continuato a guardare film in madrelingua mantenendo il fattore d’ascolto sempre presente ed in questi ultimi tre, quattro anni, sembrerà strano, ho scoperto il mondo dei giochi di ruolo on-line. I server a cui si appoggiano questi giochi non sono mai italiani (mentre ce ne sono di francesi, tedeschi, russi, a volte spagnoli) e, ovviamente, si tende a prediligere quelli inglesi. Molti italiani tendono a chiudersi in comunità (anche chiamate gilde) chiuse in cui possono parlare la propria lingua a causa della mancata conoscenza dell’inglese; io ho preferito, invece, cercare di interagire con più gente straniera possibile. Benché inizialmente un tantino timida nell’esprimermi, piano piano, ho teso a parlare/scrivere sempre un po’ di più fino a riuscire ad interagire in tempo reale, grazie anche alla comprensione da parte di persone, ormai amici, che ogni qualvolta mi scusavo per degli errori, anche stupidi, mi dicevano di non preoccuparmi perché me la cavavo comunque molto bene dal loro punto di vista. Tutt’ora, avendoglielo chiesto, se faccio qualche errore di cui non mi rendo conto mi correggono gentilmente. 

Non serve, quindi, andare in vacanza in Inghilterra o in America per conoscere, o meglio cavarsela, con l’inglese poiché al giorno d’oggi abbiamo la grossissima fortuna di poter interagire attraverso il web con persone straniere (anche non obbligatoriamente di madrelingua) in tempo reale. Il problema sostanziale dell’Italia, dal mio punto di vista, è la mancanza, individuale, di volontà di imparare e studiare l’inglese e non tanto (anche se aiuta) la lacuna enorme del sistema di insegnamento di questa lingua.

domenica 7 febbraio 2010

Istantanea di una decomposizione: l'arte di non laurearsi

L’altro giorno a lezione è arrivata una donna di quarant’anni e si è seduta accanto a me, dopo avermi chiesto quattro volte se il posto era libero, ha iniziato a parlarmi dei suoi problemi a trovare lavoro mentre io speravo che il professore arrivasse il prima possibile per salvarmi e cominciare la lezione.


Questa signora mi ha detto di essersi laureata in giurisprudenza e che ora aveva deciso di iscriversi a Filosofia perché qualcuno l’aveva informata della facilità maggiore nel trovare lavoro… con una laurea in Filosofia? Inoltre ha tenuto a sottolineare l’importanza del pezzo di carta comunemente chiamato “laurea” e che, in realtà, nel campo lavorativo non viene nemmeno calcolato se non come handicap: un laureato si paga di più di una persona che non ha studiato e per questo, tendenzialmente, le aziende evitano di assumerli.

Mi dispiace ammetterlo ma quello che ho pensato è stato: “quale persona sana di mente darebbe lavoro ad una piattola del genere?”, probabilmente le hanno consigliato di iscriversi ad un’altra facoltà solo per togliersela dalle scatole.


Qui in Italia tutti ci lamentiamo un po’ tutti della mancanza di proposte di lavoro a nostra disposizione poi, però, parlando qua e là scopriamo che ci sono altre possibilità che si tendono a scartare.


Le persone vogliono un lavoro il più vicino possibile a casa, con poche ore lavorative, ben retribuito, possibilmente dietro una scrivania, in cui non mettersi realmente in gioco in prima persona (evitare le responsabilità è una qualità prettamente italiana) e dove non ci si sporchi le mani (infatti, attualmente pochi sono gli operai di origine italiana giacché tendiamo a disprezzare questo tipo di professione, forse perché ci hanno insegnato a credere che studiare e inserirsi in un certo tipo di ambiente ci renda migliori e ci faccia vivere meglio con noi stessi, ma è davvero così?), per cui in questo momento stiamo cancellando la maggior parte d’impieghi compresi quelli all’estero proprio perché non siamo disposti a ricominciare da capo una vita o ad imparare una nuova lingua (l’inglese è ostrogoto per la maggior parte di noi).


Ci lamentiamo che gli insegnanti vanno in pensione ad un’età troppo avanzata e, di conseguenza, tolgano lavoro ai giovani: personalmente nella mia facoltà i professori della “vecchia scuola” si stanno estinguendo, ahimé, lasciando posto a giovani, incapaci, a volte, di avere un rapporto studente-insegnante equilibrato, dove l’errore più grande da entrambe le parti è prendersi troppo poco sul serio e prendendo tutto con superficialità e, quindi, mancanza di sensibilità.


Attualmente, quindi, non penso sia il lavoro in sé a mancare (sebbene in Italia effettivamente tutti sono reticenti a prendere nuovi impiegati, gli organi statali per mancanza di fondi e i privati perché già al completo per quanto riguarda il proprio personale oppure perché la meritocrazia italiana, cioè l’essere figlio di tal dei tali, ha premiato quello sbagliato) quanto il bisogno di chi lo cerca di attivarsi e mettersi in gioco, dovendo a volte fare dei sacrifici e decidere di fare una gavetta che tutti prima di noi hanno affrontato, spostandosi da casa e, magari, a volte cominciare proprio come operaio se abbiamo realmente voglia di mantenerci da soli.

domenica 17 gennaio 2010

Cani sciolti e padroni al guinzaglio




Avevo otto anni e passeggiavo col mio bel cagnone al guinzaglio, ricordo la paura paralizzante nel vedere un pastore tedesco venirmi addosso ed il terrore quando il mio cane si liberò dal collare attaccandolo per difendermi ed avendone la meglio, urlai ma nessuno intervenne.
Vivevo in un paesino di campagna dove mai nessuno, anche tutt’ora, ha imparato a non lasciare i propri cani liberi per strada. Oggi esiste il microchip sottocutaneo e tutti i proprietari, persino di cavalli, devono, per legge, farlo mettere al proprio animale. Questo, teoricamente, dovrebbe diminuire la libertà dei proprietari ma in realtà è inutile: basta uscire dalla propria regione (a volte anche solo dalla provincia) di residenza perché il segnale non venga captato (questo significa che se, malauguratamente perdiamo il cane lontano da casa possiamo scordarci di ritrovarlo).
A parte questa digressione su scomparse/abbandoni degli animali, il vero fulcro della discussione vorrebbe essere l’uso della museruola. Mi rendo conto che molti proprietari di cani siano contrari all’uso di questo mezzo inconsulto, molto spesso perché pensano che il loro cane sia buono come il pane ma se la stazza dell’animale si aggira sulla ventina di chilogrammi, ci farei un pensierino.
Non penso sia un fattore del pedigree dei cani che li rende buoni o cattivi ma di quello dei padroni: ogni animale, come ogni essere vivente, ha un proprio carattere e la sua educazione và plasmata a seconda di questo ma non significa che nasca buono o cattivo solo che in un certo caso bisogna avere la mano ferma mentre, magari, in un altro serve semplicemente dolcezza e calma.
Molte persone, però, vedono il proprio cane come segno del loro posto nella società, non è più “l’amico dell’uomo” ma lo strumento per distinguersi: non imparano a conoscerlo e così, un bel giorno, quell’animale non si fa più riconoscere rivoltandosi, a volte contro estranei ed altre contro il proprio padrone.
Tempo fa mi fece impressione vedere un bellissimo e dolcissimo San Bernardo (un tantino grosso come cucciolo) cambiare espressione degli occhi il momento stesso in cui la mano del suo padrone si avvicinava alla sua testa, mi sembrò di notare un lampo d’odio verso quell’uomo e così gli chiesi se mai questo cagnone aveva morso qualcuno: certo che lo aveva fatto, aveva morso proprio lui alla mano (probabilmente come avvertimento, altrimenti se non se la sarebbe cavata con qualche punto).
Uno dei miei cani, per esempio, odia i bambini a morte, le hanno fatto così tanti dispetti (anche sotto gli occhi dei genitori che attoniti mi guardavano ogni qualvolta chiedevo loro cortesemente di allontanarsi dal recinto perché il cane mordeva) con petardi e cattiverie varie che mai, assolutamente, la farei avvicinare ad un bambino e sto, comunque, attenta anche quando passeggiamo per strada (sempre e rigorosamente al guinzaglio), perché sarebbe capace di morderlo senza timore (in realtà lo farei anch’io nei suoi panni, ma questo non significa che debba lasciarla libera).

mercoledì 30 dicembre 2009

Short Circuit




Credevo di vivere quasi nel 2010, l’era in cui le tecnologie avrebbero dovuto essere il nostro pane quotidiano, il tempo in cui tutti avremmo potuto approcciarci alle nuove innovazioni con facilità.
Mi guardo in giro, spaesata…

Una giovane ragazza, che conosco, di circa vent’anni, si avvicina ad una delle postazioni computer con le quali dovremo lavorare durante la lezione universitaria che sta per cominciare. Guarda lo schermo del pc e decide di spostarsi una fila più avanti. Le chiedo come mai ha cambiato idea cosicché lei mi risponde: “il computer non funziona“, le dico che è solo spento ma lei non tenta nemmeno di accenderlo, cambia posto ed è contenta.

Questo è solo uno dei tanti esempi che ho avuto modo di notare nel corso degli anni. Siamo tutti convinti che noi giovani accettiamo supinamente tutte le tecnologie e ci confrontiamo con esse più facilmente degli anziani ma non ne sono del tutto convinta. Penso sia, piuttosto, una predisposizione dell’individuo in sé: Michelangelo Antonioni non era un giovincello eppure adorava e cercava, confrontandovisi, le nuove frontiere delle tecnologie cinematografiche con lo stesso gusto che avrebbe un bambino a giocare con la neve.

Forse, il problema non sono le tecnologie ma la difficoltà nel comprenderle, mi spiego meglio: oggi la nostra società ci insegna a cercare l’immediatezza, non abbiamo più tempo da perdere nel cercare di capire come funziona qualcosa, abbiamo bisogno di avere a che fare con cose e situazioni di veloce comprensione altrimenti cadiamo vittime del tempo e dell’oblio del pensiero. 

Per questo ogni volta che la maggior parte di persone, giovani o anziani che siano, (e credetemi, sono più di quelle che voi possiate immaginare), si devono avvicinare a qualche nuova invenzione tecnologica hanno solo due scelte: evitare l’ostacolo e fingere di non vederlo oppure prendere il libretto delle istruzioni e concentrarsi (faticando esageratamente) per cercare di capire dov’è il bottone dell’accensione che, di solito, si trova esattamente sotto il loro pollice, ma questa è la soluzione meno in voga e tendenzialmente viene presa solo se obbligati dalle circostanze.

Tutto si sta trasformando in una perdita di tempo, cerchiamo di correre così velocemente da farci inghiottire da un flusso che tende a bloccare ogni nostro pensiero, fantasia, o sfogo, rendendoci nevrotici. 
Così facendo, persino degli apparecchi che, teoricamente, dovrebbero aiutarci ad evitare tutto questo divengono il nostro peggiore nemico ma, anche, la misura di noi stessi attraverso la quantità di denaro che spendiamo per possederli: quante persone, per esempio, si regalano un computer Mac senza avere la minima idea di come sfruttare appieno le sue potenzialità e quale dovrebbe essere, realmente, la sua funzione solo perché và di moda e “fa figo“?

venerdì 25 dicembre 2009

Dis(servizi) causa scioglimento calotta artica.




Non so perché ma ogni qualvolta mi capita di viaggiare con Trenitalia qualcosa di strano scatta in me facendomi venir voglia di scrivere un articoletto dedicato a questa magnifica compagnia ferroviaria.

Settanta minuti d’aspetto, per Frecciarossa, alla stazione di Bologna sabato scorso sono nulla a confronto dell’arrivo a Milano. Ovviamente, avevo perso la coincidenza (un’Eurostar) per andare a Genova. Per fortuna c’erano altri due treni poco dopo il mio arrivo a Milano: ho fatto una corsa (si fa per dire dato che si procedeva a passo da cerimonia funebre e più che camminare venivi spintonato e trascinato dagli altri utenti) per prendere il primo dei due che sarebbe dovuto risultare in partenza entro pochissimi minuti, era fermo nel binario con 45 minuti di ritardo, la fantastica scusa, spero, inventata dal personale è stata: “Non troviamo la motrice”… forse qualcuno deve essersela messa in tasca e portata a casa per sbaglio: dopotutto è talmente minuscola che perderla è all’ordine del giorno.

Prima di fiondarmi su un treno regionale, che fermava a Genova Principe e che ha fatto solo dieci minuti (accettabilissimi) di ritardo, ho tentato di chiedere al personale delle ferrovie come fare per il biglietto data la differenza abissale del prezzo da me pagato: si sono trasformati tutti magicamente in macchinisti (è la prima volta che mi capita). Ho chiesto ad un gruppo di cinque persone ferme a mangiare senza far nulla che si sono limitate a guardarmi senza rispondere. Alla fine ho trovato un capotreno che mi ha liquidata dicendomi: “Sali sul regionale perché l‘intercity non parte, oggi va così, non so dirti assolutamente nulla per il biglietto”.

Arrivata a Genova Principe ho chiesto al personale delle informazioni come fare per farmi rimborsare il biglietto non utilizzato. Mettiamo da parte la gentilezza, sempre poco di casa, e concentriamoci sulla competenza. I miei biglietti erano stati fatti on-line e la mia “amica” delle informazioni venendolo a sapere ha storto la bocca dicendo che per questo tipo di scelta non c’è tanta garanzia quanta quella data al cartaceo. Inoltre, il biglietto non era rimborsabile perché avrei dovuto (perdendo il treno) andare alla biglietteria di Milano (che è un “tantinello” lontana dai binari) e chiedere se potevano cambiarmelo prima che il treno che avevo perso partisse: operazione impossibile. In più, tanto per prendere in giro ulteriormente l’impiegata mi fa: “Non dovrei dirtelo ma se vuoi recuperare i soldi del biglietto devi scrivere che hai rinunciato al viaggio e che ti sei fermata a Milano utilizzando il portale delle ferrovie on-line nella sezione Rimborso”.

Ho controllato, tanto per scrupolo, se potevo richiedere il rimborso del biglietto ma è impossibile: il sito richiede il codice PNR del biglietto on-line e decide in automatico se la corsa è rimborsabile o meno e, la prima scelta, risulta tale solo nel caso l’utente lo abbia richiesto prima della partenza del treno interessato.

L’apoteosi è giunta ieri quando Trenitalia aveva garantito tutti i treni del pomeriggio sopprimendo, magicamente, quello diretto a Milano delle ore: 16.10.

Per non ritrovarmi a Milano la sera ho deciso di partire stamattina e, ovviamente, alle informazioni mi hanno detto di nuovo di richiedere il rimborso on-line, cosa che ho fatto quasi immediatamente.

Sorpresa: il sito internet non mi accetta il rimborso del treno che è stato soppresso e di quello che, ovviamente, ho perso a causa del primo mi trattiene il 20% come da norma di legge che, però, da quanto è stato pubblicizzato e da quello che mi era stato detto poco prima allo sportello non avrebbe dovuto esserci, in altre parole dovevano rimborsarmi l’intero viaggio. Cosicché ho deciso di mandare una lettera ai reclami e, ora, aspetto una risposta che dovrebbe arrivare entro 30 giorni, data in cui aggiornerò i risultati.

Un consiglio finale a tutti gli utenti che comprano biglietti on-line: se non siete sicuri di poter partire o sapete già in partenza che ci saranno dei problemi relativi a ritardi e coincidenze è meglio che optiate per il cartaceo.

martedì 15 dicembre 2009

Ha così poca importanza?




Un tempo, le materie umanistiche e quelle scientifiche erano una sola entità, inglobate l’una nell’altra, si completavano a vicenda.


Oggi, parlando con alcune studentesse universitarie che si occupano del ramo prettamente scientifico ho tristemente appreso come, invece, la divisione venga recepita in quanto netta.


Ho personalmente sempre pensato, studiando i grandi intellettuali passati e presenti, che un letterato non è mai solo tale ed uno scienziato a suo modo ha quel qualcosa di artistico e quell’amore per la lettura che ha il suo pari: senza di esso, senza quel pizzico di fantasia o di irrazionalità/razionalità non esisterebbe nessun tipo di scoperta in nessuno dei due campi.


Invece, ora, c’è questa esigenza da parte di chi studia la “materia” in sé di dividersi a priori dall’umanista giustificando il tutto attraverso l’uso di convenzioni e regole che, apparentemente, chi si occupa di materie letterarie non ha. Il sunto del discorso sarebbe: “noi del ramo scientifico siamo legati alla realtà materiale del mondo, voi del ramo umanistico vivete in un mondo tutto vostro, creato da voi che non è quello reale”. Come, allo stesso modo, gli altri dicono: “voi studiate delle materie aride, siete chiusi in convenzioni che domani cambieranno e tutto quel mondo che voi percepite come reale si sgretolerà”. Così, alla fine, i cosiddetti studenti-”scienziati” (una parola grossa) finiscono per tacciare gli umanisti di anarchia e di vivere male la propria vita facendosi troppe domande che mai avranno risposta, mentre questi ultimi tacciano, i primi, di ottusità.


La cosa più assurda che ho sentito è stata che la matematica non si può considerare una materia scientifica, in altre parole che la madre della scienza odierna non è tale proprio perché si mescola troppo con la filosofia.


Facendo così, però, si finirà per avere un distacco talmente grosso tra questi due rami del sapere finendo per creare degli operai della scienza che applicano regole senza crearne di nuove, senza ricercarne e artisti intellettuali impossibilitati a mettere in pratica la propria creatività perché troppo presi da problemi esistenziali che credono di avere ma che, in realtà, si creano e a trovare il modo più facile di diventare famosi senza fatica (perché, diciamo la verità, la maggior parte di studenti nell’ambito umanistico non ha molta voglia di fare e, spesso, tende a studiare a memoria le proprie materie come farebbe uno studente nell’ambito scientifico: per lo meno un punto in comune c’è, sono entrambi legati ad uno studio sterile e mnemonico che non concede nulla alla comprensione del testo ma è, semplicemente, funzionale ad un voto dato da insegnanti, molto spesso, non qualificati a dovere).


Nella società odierna le materie umanistiche vengono percepite come inutili ed esse stesse tendono a volersi travestire da scienze (basti vedere la semiotica generativa che cerca di ripercorrere un sentiero scientifico andando a interpretare dei dati che, però, non potranno mai esserlo). Non comprendiamo, così, quanto entrambi i rami, sebbene contrapposti, siano necessari all’essere umano: altrimenti perché esisterebbero i romanzi? I videogiochi? I film? E via dicendo… come faremmo a sopportare il peso di una società dove gli svaghi verrebbero considerati qualcosa di completamente avulso? L’uomo non ha forse bisogno, ogni tanto, di staccare e rilassarsi? Ha così poca importanza?

domenica 15 novembre 2009

Sex, Lies and Videotapes





Lo so, sono completamente assorbita dal corso di laboratorio audiovisivo dell’università per cui in questo periodo finisco sempre per parlare di quello.

Sta volta ho voglia di analizzare le tematiche desunte da queste lezioni. Mi spiego meglio: l’idea è di creare più cortometraggi (documentari-inchiesta) dedicati allo stesso tema, scelto dal professore, e cioè la sessualità, per poi unirli tutti assieme creando un solo film di circa un’ora con un’idea collante (un vero e proprio inferno considerando che ho scelto di occuparmi proprio di quest’ultima e sono affiancata da altre sette persone con cui non ho mai avuto modo di lavorare).

Torniamo, però, a noi. I temi prescelti sono dei più disparati: sadomasochismo, sesso virtuale in webcam, autoerotismo, concezione della nudità, la parabola discendente del desiderio negli anziani (ma perché dobbiamo per forza pensare che le persone di una certa età diventino asessuate?), diversa concezione sessuale tra musulmani ed ebrei (lascio desumere a voi a chi è venuto in mente questo tema), concezione della chiesa cristiana del sesso, omosessualità, scambisti, il sesso dal punto di vista di un cieco (perché pensano sia interessante metterlo a confronto con la nostra visione dell’immagine, la cosa più degradante è che vogliono fare l’intervista in un sexy-shop).

Detto questo, che cosa manca?

Ho la sensazione che per far scalpore ci si dimentichi delle cose belle del sesso, delle cose semplici che lo costituiscono e che oramai i miei “colleghi” percepiscono come banali: abbiamo dimenticato che l’atto in sé porta ad una conseguenza importante, la nostra nascita.

Non abbiamo compreso la differenza tra sessualità ed erotismo mescolandoli assieme e senza comprendere come il primo sia legato ad un’azione, un’istintività animale, ed il secondo ad un piacere puramente umano e razionale legato ad un gioco sensuale.

È come se il bombardamento mediatico che oggi subiamo più che disincantarci e renderci indifferenti ci abbia fatto diventare dei voyeur, amanti dei segreti nascosti dietro una serratura, e dimentichi della bellezza di un atto semplice ed istintivo: non riusciamo più a viverlo come qualcosa di naturale ma lo schematizziamo in sovrastrutture fittizie perché siamo ormai incapaci di vivere realmente la conoscenza propria e dell’altro.

Mi raccomando, però, l’ordine è “guardare, mostrarlo, cercare di farne parlare gli altri ma non dire che noi stessi siamo quei voyeur”.

mercoledì 11 novembre 2009

"Il reale mi dà l'asma"




Viviamo in una società di arrivisti incapaci di collaborare seriamente ad un progetto. Esistono solo tre categorie di persone, escludendo le eccezioni e chi è un po’ allucinatamente deviato verso la metafisica, e cioè: chi si crede di poter comandare, chi preferisce fingere di sottostare ma in realtà delega e chi si lascia trascinare dagli eventi incurante del fatto che domani avrà disimparato a sopravvivere.

Sto facendo una bellissima esperienza con i gruppi in laboratorio: chi vuole fare, perché interessato al progetto o semplicemente perché l’ha preso seriamente, soccombe sotto i colpi di chi se ne frega altamente perché lo giudica qualcosa di inutile e solo importante ai fini di un voto. 

Se ci comportiamo così al lavoro cosa succede? Nasce la società italiana, ovviamente fatta di gente stressata da un lato perché crede di avere tutto sulle sue spalle e dall’altro perché cerca di ingegnarsi per fare il meno possibile e delegare.

La parola magica dell’Italia è proprio Delegare.

Laviamocene le mani prima di cadere in un progetto giudicato da noi inutile, impossibile, intrattabile, perché i sogni, il sapere aiutare chi ci sta attorno al di là del suo essere o meno malato, l’impegnarsi a fondo per qualcosa che non sia per il nostro esclusivo consumo è qualcosa di aberrante, è una perdita del nostro preziosissimo tempo che sta per scadere sotto i colpi d’ascia scagliati dalle lancette dell’orologio.

Come pretendere quindi di costituire una società fatta di persone che collaborano o comunque sanno vivere in modo costruttivo assieme se per primi siamo noi a giudicarlo impossibile?

lunedì 26 ottobre 2009

(Dis)educazione scolastica: telefonini cellulari? Quarto Potere




Parlando con un’amica è emerso un problema scolastico che da sempre esiste ma negli ultimi anni, grazie alle nuove tecnologie a portata di mano, si è esteso ed intensificato: i ragazzi che copiano durante i compiti in classe.

Questa ragazza mi ha raccontato che la sua sorellina minore, vedendo che una sua compagna si fa spedire via sms dalla propria madre, insegnante lei stessa, gli esercizi svolti, ha iniziato a credere che sua madre sia cattiva perché non fa la medesima cosa.

Ricordo quando anch’io mi meravigliavo da piccola dei miei compagni con i bigliettini e parlandone a casa mi veniva detto dai miei stessi genitori di farmi furba e imparare dagli altri ragazzi ad usare questi trucchi per fare bella figura; negli anni questa mentalità tra i genitori persiste e si è estesa fino ad arrivare a proteggere il proprio figlio trovando scuse del tipo: “Beh così mi prende i voti alti col minimo sforzo” oppure “Poverino ha così tante cose da fare, nuoto, pallavolo, calcio, che proprio non ha tempo per studiare, bisogna aiutarlo in qualche modo”, e via dicendo.

Il trucco degli insegnanti di ritirare i cellulari ormai è un sogno lontano anni luce considerando il fatto che, i ragazzi, si preparano un minimo di quattro telefonini a testa per essere certi della “copertura”. 

Ricordo che al mio esame di maturità, messi in condizioni di incapacità totale nell’utilizzo di cellulare e del classico passaparola, i ragazzi avevano escogitato il metodo di andare in bagno, mettere dei bigliettini con le soluzioni del test di matematica attaccate dietro al water e andarli a recuperare a rotazione: il problema è che sono stati scoperti da un giovane professore da poco laureato e più sveglio di loro che, avendo notato il via vai (tre persone una dopo l‘altra erano andate al bagno), si è insospettito, è andato a controllare e ha trovato il nascondiglio: c’è stata una lavata di capo per tutti, il presidente della commissione ha fatto qualche minaccia di ritiro compiti ma alla fine tutto è svanito in una bolla di sapone.

Arriviamo all’università, convinti che questo “chiudere un occhio” scompaia perché comunque i professori dovrebbero essere più attenti ed i ragazzi più preparati poiché, teoricamente, più interessanti alle materie, ci giriamo durante un elaborato di italiano e scopriamo che il nostro vicino di banco ha incollato degli interi temi di carattere generale, inerenti gli autori su cui l’esame doveva vertere, scaricati da internet sul proprio vocabolario, e copia di pari passo, per poi prendere pure una votazione bella alta.

Ci ritroviamo così a chiederci se i professori facciano finta di nulla per comodità, pigrizia, insofferenza e, perché no, anche un po’ di menefreghismo per la propria materia d’insegnamento, oppure non se ne accorgano perché talmente candidi da non poter concepire che i ragazzi stiano copiando. Ho alcuni dubbi sulla seconda ipotesi.

Mi chiedo a questo punto se le persone che si laureano, lavorano e applicano ciò che hanno appreso copiando (e, quindi, non conoscono) siano realmente competenti e preparati per l’esercizio della propria mansione e, soprattutto, mi domando perché crediamo ancora che la scuola italiana sia una delle migliori al mondo, constatato che siamo i primi a distruggerne le basi dalle fondamenta. 

Quanto ci vuole a scoprire i furbetti di turno? Sono forse troppi e quindi è meglio lasciar correre la cosa?