Science Fiction, romanzo di fantascienza: ho avuto una discussione con un professore perché non condividevamo la stessa idea di definizione per questo meraviglioso mondo. Lui lo vedeva come indissolubilmente legato ai robot, alla Asimov per chi lo conosce, mentre io lo concepisco come la creazione di un mondo alternativo al nostro che non obbligatoriamente deve rispondere a tecnologie avanzate, il da me compianto Ballard per esempio.
La discussione si basava in specifico su un libro che mi è piaciuto particolarmente “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury.
Tempo fa avevo tentato di parlare anche con una ragazza che conosco riguardo a questo libro ma la risposta alla mia domanda (come aveva lo aveva trovato, come le sembrava) è stata deludente: “Preferisco il film di Truffaut”.
Il fatto è che non mi interessava sapere se le era piaciuto o meno ma cosa ne pensava: come l’aveva trovato in specifico, cosa poteva averla colpita, se le aveva creato qualche meccanismo intrinseco di analogie orbitanti nella sua ontologia mentale.
Il problema è che, attualmente, tutti tendono a prediligere risposte prive di contenuto ed evasive: se solo qualcuno tentasse di fare un passettino in più della normale tendenza alla superficialità cercando di arrancare ad un grado più alto verso la comprensione, in questo caso di un testo, le persone si bloccano e le orecchie iniziano a fumare.
Ragionare non è alla moda, uniformarsi è l’ordine.
Lo stesso libro che ho menzionato poco fa si basa più o meno su questo concetto estendendolo ad un volere più alto rappresentato da uno Stato totalitario che tenta di soffocare la nascita di qualsiasi forma di pensiero autonomo, perché giudicato troppo pericoloso ed ingestibile. Per questa forma di politica il nemico è rappresentato dai Libri (la mia linfa vitale), unici mezzi che danno la possibilità al fruitore di interagire in modo tale da ragionare e comprendere ciò che sta leggendo e (anche, perché no?) “immaginare”.
In questo mondo fantascientifico il lavoro dei pompieri non è più quello di spegnere incendi, ma di appiccarli bruciando i libri.
Ciò che mi ha colpita di primo acchito iniziando a leggere “Fahrenheit” è stato lo stile di scrittura da me battezzato “cinematografico”: un modo asciutto e chiaro di scrivere con un largo utilizzo di aggettivi in grado di evocare delle immagini dando la sensazione di vedere un susseguirsi di sequenze filmiche e non di parole lette. Questa caratteristica si nota anche nel racconto, si legge molto facilmente, in maniera fluida, nascondendo nel sottobosco del non detto un mondo a parte: la bellezza di una ragazzina che attrae un vigile del fuoco per le cose strane che dice, lette in libri che lo zio le ha raccontato, la sua scomparsa e ciò che questa provoca nell’animo dell’uomo portandolo a comprendere come abbia bisogno di leggere e, quindi, di poter pensare autonomamente; i problemi di una coppia in cui la moglie vive per la sola televisione, simbolo dell’ozio, e non riesce a comprendere il proprio marito ed il suo bisogno di evadere da quella prigione creata appositamente per rendere gli uomini delle pedine consenzienti perché a lei piace, perché non pensare equivale ad essere felici, cioè ad evitare ogni sorta di sentimento autonomo; la paura e la ritrosia di chi legge di nascosto ma non ha il coraggio di ribellarsi contro lo stato attuale delle cose rimanendo in disparte; e chi aspetta il momento giusto per tornare da un esilio forzato per poter insegnare di nuovo a vivere una vita reale fatta anche di pensiero perché uno stato totalitario non potrà durare in eterno.
Splinder: 23 Settembre 2009 - 19:52
RispondiEliminaho amato molto il libro. e poi anche il film.
in entrambi la cosa che mi piace di più è quella sottile linea di amore e risveglio.
uno dei miei libri preferiti.