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C’è chi è drogato di videogiochi, come la sottoscritta, c’è chi usa le droghe classiche (tentando di fumare persino le bustine del thè o ideandosi un sistema per creare l’oppio dai semi di quei poveri papaveri inquinati colti dal ciglio della strada), c’è chi è drogato di stress e c’è chi si fa di massificazione. Se devo dire la verità, quello che più mi preoccupa è l’ultimo gruppo citato: “gli uomini senza qualità”.
Senza l’uso passivo e destabilizzante del mezzo televisivo queste persone non riescono a vivere, non riescono a concentrarsi durante lo studio, non possono nemmeno addormentarsi (probabilmente, hanno bisogno di essere cullati dalla voce suadente di Bruno Vespa) e non sono in grado di trovare una soluzione se, per caso, un guasto incorre nel loro bene amato apparecchio per la sopravvivenza.
Non ha importanza il tipo di programma che guardano, è il solo atto di trovarsi davanti al televisore che li fa stare bene, li rilassa, li accompagna dolcemente e gli dà la grandiosa possibilità di poter bloccare completamente il cervello assorbendo passivamente materiale privo di sostanza e disperdendolo subito dopo nell’aria oppure di parlare con gli amici, e quindi di socializzare, attraverso l’uso inconsulto di materiali inconsistenti quali: chi sta con chi e dove, chi sta facendo che cosa, nell’esatto qual modo in cui dovrebbe essere…
Non è esattamente l’atto singolo di una persona che, magari, ha lavorato tutto il giorno, è stanca e ha bisogno di “staccare” un po’ dal tram tram che critico, bensì l’azione reiterata e cercata di un pubblico massificato incapace e desideroso di immergersi nel “fumo televisivo” a cui assisto ogni giorno osservando alcuni gruppi di ragazzi al di là di una teca immaginaria in cui li colloco: loro vivono nell’ospedale psichiatrico mentre io sono il ricercatore che prende appunti, oppure io sono il malato che di nascosto si beve un po’ di “Latte Più corretto mescalina” e loro l’equipe di medici che tenta invano di riportarmi ad una realtà che non voglio tollerare.
Ho bisogno di contenuti, li cerco e li desidero ma solo i libri, e pochissimi eletti, ultimamente sono in grado di trasmettermeli: è una sofferenza pensare che la maggior parte di persone sia ferma, bloccata, congelata in una posizione stallo in cui si culla senza neanche accorgersene.
La televisione in questo diventa un paradigma di ciò verso cui non voglio andare: l’automatizzazione dell’uomo; ed i libri il superamento di tutto questo. Già Pasolini (e mi dispiace parlare di lui perché ultimamente troppa gente sta distorcendo volontariamente e a proprio uso e consumo le sue teorie estratte dai vari scritti che ci ha lasciato) aveva intuito cosa questo medium era in grado di produrre se utilizzato in modo commerciale a partire dall’utilizzo stesso della lingua italiana, impoverita dal linguaggio televisivo di tutti i suoi orpelli e fioriture: oggi persino i giornalisti non padroneggiano la propria lingua madre (all’estero siamo famosi per la nostra risaputa e completa ignoranza nella lingua inglese; nel caso in cui io mi rivolga ad un italiano medio dicendogli: “how do you do”, mi risponde: “fine, thanks” oppure “sorry, I didn’t catch” e prima ti guarda aggrottando la fronte poi spalanca gli occhi e apre la bocca nel tentativo di formare una sillaba che ti faccia capire che non ha compreso ma poi a sorpresa dice “ah si, ok, ok” che non c’entra nulla).
La cosa più sconcertante è leggere un tema di un universitario e scoprire che: non c’è coerenza, i tempi verbali cambiano ad ogni frase oppure mancano del tutto, non esiste punteggiatura (forse si improvvisano dei novelli Joyce), manca completamente la conoscenza della sintassi e della logica italiana e l’ortografia è da decifrare (escludendo tutte le miriadi di errori di scrittura).
Possiamo dare la colpa agli insegnanti ma tanto, alla fine, è una malattia congenita che sta dilagando nella società del nostro Paese: ne soffrono praticamente tutti e non fanno nulla per uscirne perché non sono interessati a migliorare le proprie basi intellettuali/culturali ma semplicemente a sopravvivere assuefacendosi di materiale televisivo.
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