Un tempo, le materie umanistiche e quelle scientifiche erano una sola entità, inglobate l’una nell’altra, si completavano a vicenda.
Oggi, parlando con alcune studentesse universitarie che si occupano del ramo prettamente scientifico ho tristemente appreso come, invece, la divisione venga recepita in quanto netta.
Ho personalmente sempre pensato, studiando i grandi intellettuali passati e presenti, che un letterato non è mai solo tale ed uno scienziato a suo modo ha quel qualcosa di artistico e quell’amore per la lettura che ha il suo pari: senza di esso, senza quel pizzico di fantasia o di irrazionalità/razionalità non esisterebbe nessun tipo di scoperta in nessuno dei due campi.
Invece, ora, c’è questa esigenza da parte di chi studia la “materia” in sé di dividersi a priori dall’umanista giustificando il tutto attraverso l’uso di convenzioni e regole che, apparentemente, chi si occupa di materie letterarie non ha. Il sunto del discorso sarebbe: “noi del ramo scientifico siamo legati alla realtà materiale del mondo, voi del ramo umanistico vivete in un mondo tutto vostro, creato da voi che non è quello reale”. Come, allo stesso modo, gli altri dicono: “voi studiate delle materie aride, siete chiusi in convenzioni che domani cambieranno e tutto quel mondo che voi percepite come reale si sgretolerà”. Così, alla fine, i cosiddetti studenti-”scienziati” (una parola grossa) finiscono per tacciare gli umanisti di anarchia e di vivere male la propria vita facendosi troppe domande che mai avranno risposta, mentre questi ultimi tacciano, i primi, di ottusità.
La cosa più assurda che ho sentito è stata che la matematica non si può considerare una materia scientifica, in altre parole che la madre della scienza odierna non è tale proprio perché si mescola troppo con la filosofia.
Facendo così, però, si finirà per avere un distacco talmente grosso tra questi due rami del sapere finendo per creare degli operai della scienza che applicano regole senza crearne di nuove, senza ricercarne e artisti intellettuali impossibilitati a mettere in pratica la propria creatività perché troppo presi da problemi esistenziali che credono di avere ma che, in realtà, si creano e a trovare il modo più facile di diventare famosi senza fatica (perché, diciamo la verità, la maggior parte di studenti nell’ambito umanistico non ha molta voglia di fare e, spesso, tende a studiare a memoria le proprie materie come farebbe uno studente nell’ambito scientifico: per lo meno un punto in comune c’è, sono entrambi legati ad uno studio sterile e mnemonico che non concede nulla alla comprensione del testo ma è, semplicemente, funzionale ad un voto dato da insegnanti, molto spesso, non qualificati a dovere).
Nella società odierna le materie umanistiche vengono percepite come inutili ed esse stesse tendono a volersi travestire da scienze (basti vedere la semiotica generativa che cerca di ripercorrere un sentiero scientifico andando a interpretare dei dati che, però, non potranno mai esserlo). Non comprendiamo, così, quanto entrambi i rami, sebbene contrapposti, siano necessari all’essere umano: altrimenti perché esisterebbero i romanzi? I videogiochi? I film? E via dicendo… come faremmo a sopportare il peso di una società dove gli svaghi verrebbero considerati qualcosa di completamente avulso? L’uomo non ha forse bisogno, ogni tanto, di staccare e rilassarsi? Ha così poca importanza?
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